Amedeo Balbi, Dove sono tutti quanti?

Anche questo libro, come tanti altri (questo il mio preferito), nell’affrontare la questione dello sviluppo della vita al di fuori del pianeta Terra, parte dal celebre Paradosso di Fermi.
Argomento affascinante e divisivo come pochi, e basta farsi un giro per i social per capire quanto possano accendersi gli animi nel trattare una materia così complessa e, se vogliamo, “alla moda”.
Il libro del giovane divulgatore Amedeo Balbi, scritto benissimo e approfondito il giusto (tranquilli, non ci sono equazioni o formule astruse da decifrare), non aggiunge più di tanto a quanto già scritto e già letto in passato, a parte l’interessante capitolo che prende in considerazione le sempre più frequenti scoperte in materia di esopianeti.amedeo balbi, dove sono tutti quanti
Numerosi i riferimenti autobiografici, che l’autore utilizza come spunto di partenza per approfondire le tante questioni prese in esame. Tale espediente alleggerisce la lettura, quasi romanzesca in alcuni punti, e grazie anche al numero di pagine non eccessivo, si finisce per leggere il libro tutto d’un fiato.
Ottima l’appendice finale intitolata “Per continuare a esplorare“, ricca di riferimenti bibliografici e risorse per chi vuole approfondire ulteriormente l’argomento.
Detto questo, libro consigliato agli appassionati del genere e non, ma soprattutto ai seguaci del fenomeno ufo: questa è scienza, non fantascienza 😉

Giampietro Stocco, Rigenerazione

Con il racconto Rigenerazione, Giampietro Stocco compie un deciso balzo in avanti, spostandosi dalle complicate (ma non per lui…) ambientazioni ucroniche a quelle per certi versi più semplici e comode (ma non per me…) della distopia classica.
La vicenda è ambientata in un futuro in cui l’umanità è sopravvissuta a una non meglio precisata Svolta, un qualche genere di cataclisma o sconvolgimento economico o sociale, e nel quale gli esseri umani hanno acquisito la capacità di rigenerare quelle persone che, per qualche motivo, non riescono a evitare la morte.
Leda è una rigeneratrice, una Persona, e come tutti i suoi pari considera i Cosi, i rigenerati, animali da soma incapaci di provare dolore e sentimenti. Schiavi, ne più ne meno, immemori del loro passato.
giampietro stocco, rigenerazioneSarà tuttavia la curiosità della protagonista a condurla dove i cosi abitano e vivono, a osservarne i comportamenti, a cercare di capirne il linguaggio finché, accompagnata da uno di loro, li assisterà nel miracolo tanto spirituale quanto terreno della nascita. E qui mi fermo, altrimenti rischio di rivelare troppo di un racconto da poche decine di pagine.
Aggiungo soltanto che nella figura dei Cosi, dei rigenerati, mi sembra di aver colto parte di quelle suggestioni che caratterizzano buona parte della narrativa dedicata agli Zombie, al netto delle scene di cannibalismo e senza ricorrere a virus mutanti o a riti voodoo. Ma potrei sbagliarmi.
Una buona lettura, veloce e lineare. Un mondo creato in poche pagine che Stocco riesce a dipingere direttamente nella mente del lettore. Consigliato.

Tullio Avoledo – Chiedi alla Luce

Chiedi alla Luce, di Tullio Avoledo, è un romanzo bellissimo, giudizio che ho maturato gradualmente,  soprattutto dopo aver superato le prime cento pagine, quelle che mi sono servite per metabolizzare una storia dalle tematiche che di primo acchito potevano sembrare vagamente fantasy. Chiedi alla Luce – titolo stupendo mutuato da un verso del poeta Ovidio, uno dei tanti personaggi che affollano il romanzo – invece parla d’altro.
Parla del male che alberga nell’animo delle persone, e di quella scintilla di umanità che a volte si può nascondere nel cuore del più spietato dei carnefici, per quanto tale concetto sia difficile da accettare. E di autori di carneficine, in questo romanzo, ce ne sono tanti: dalla manovalanza nazista dei campi di concentramento, ai boia seriali delle purghe staliniane. Dalle atrocità commesse durante l’assedio di Budapest, all’eccidio di Misk e alla strage degli insorti della Comune di Parigi.
Il viaggio dell’Arcangelo Gabriele, l’Angelo Sterminatore incarnato tra fine del ventesimo e inizio del ventunesimo secolo nel corpo, nel cervello eroso dal cancro e nella psiche dell’archistar Gabriel, si snoda tra i luoghi delle carneficine di cui sopra. Viaggio geografico e temporale, tra Europa, Russia, Turchia e Penisola Arabica, e che finisce tra Pordenone e Venezia, in un continuo spostarsi tra i luoghi della memoria ormai compromessa di Gabriel, alla ricerca di una donna di cui soltanto alla fine conosceremo storia e destino, alle soglie di una fine del mondo che aleggia tra le pagine del libro come un evento incombente, ma del tutto a fuoco.
tullio avoledo chiedi alla luceRomanzo caleidoscopico, ricco di rimandi, amnesie e situazioni grottesche: cani e gatti che parlano, zingari millenari dalle origine classiche, angeli nascosti tra i mortali, cantanti uxoricidi, compagni di viaggio logorroici, oggetti e opere d’arte che attraversano il tempo e lo spazio. E poi le donne, donne fatali, bellissime e sensuali come tutte le donne dei romanzi Avoledo, nelle quali in qualche modo si rispecchia e cerca conforto tutta la fragilità del protagonista.
Quasi cinquecento pagine velate da malinconia e pessimismo, di tanto in tanto intervallate da quel sottile e cinico umorismo che fa capolino tra i dialoghi, brillanti e veri, dei protagonisti.
Non mancano infine incursioni su tematiche care allo scrittore di Pordenone: l’amore per la musica, la tecnologia, la poesia, l’arte. Il tutto condito in salsa vagamente postmoderna.
La sparo grossa: Avoledo è uno dei migliori scrittori italiani, e spiace che in tanti ancora non se ne siano resi conto.

Pregi e difetti dell’offerta Sky On Demand, al tempo di Netflix…

pregi e difetti dell'offerta sky on demand, al tempo di netflix...

Ricordo di aver scritto qualche anno fa articolo intitolato MySky ti cambia la vita, articolo andato perso insieme a un vecchio blog ormai chiuso. All’epoca MySky offriva un servizio davvero innovativo, senza eguali in Italia. Poter mettere in pausa le dirette, programmare la registrazione di film e eventi, anche in contemporanea con la visione di altre trasmissioni, salvare su disco intere serie e rivedere dall’inizio programmi già iniziati… Tutto questo consentiva una fruizione senza eguali dei contenuti proposti dalla TV satellitare, una vera e propria overdose di film, documentari, serie e spettacoli come mai era stato possibile prima di allora nella storia della TV italiana.
Era il 2006, e a parte la doverosa aggiunta dell’HD, e l’ovvia introduzione dell’on demand (da poco finalmente sfociata nel servizio Box Sets), dal punto di vista tecnologico My Sky è rimasto sempre lo stesso. Stessa interfaccia, o quasi, stesse modalità di fruizione e interazione, su decoder che laggano in modo snervante. Peccato che siamo arrivati al 2017 e il mondo, nel frattempo, è cambiato.
Oggi l’offerta di contenuti on demand via internet è diventata incredibilmente varia e evoluta. Chi utilizza Netflix sa di cosa parlo. Mentre l’interfaccia per fruizione dei contenuti tramite My Sky ricorda la grafica degli home computer anni 80/90, quella di Netflix è, per dirla con un gergo giovanile, una figata pazzesca. Non solo: la qualità dei video è altissima anche in presenza di una connessione non particolarmente performante. L’utilizzo delle varie app di Netflix, disponibili praticamente per ogni piattaforma e sistema operativo esistente, è a prova di bambino di due anni. La politica dei prezzi è onesta: paghi un mese e se ti va continui, altrimenti sospendi il servizio. Parliamo di prezzi che stanno intorno ai 10€, non di un pacchetto strutturato dove per avere tutto quello che ti serve devi attivare anche opzioni che non ti interessano.
Certo, mettendo da parte l’aspetto tecnologico, l’offerta di Sky per quanto riguarda il Cinema è inarrivabile per Netflix, soprattutto in fatto di prime visioni. Ma sul resto ci siamo, eccome: le serie TV sono ottime su entrambe le piattaforme, ma è evidente che Sky resiste grazie ad alcune esclusive fatte sue quando Netflix ancora non era sbarcato in Italia, come The Walking Death, per dirne una.
Sui documentari, tolto il ciarpame delle serie “affari & rigattieri”, i tanti reality girati in Alaska, quelli sugli artigiani (acquari, case sugli alberi, choppers, meccanici e carrozzieri), quelli su malattie e parassiti, e chi più ne ha più ne metta… l’offerta di qualità è equivalente: su Netflix vengono proposti ottimi documentari, forse addirittura in quantità superiore rispetto a Sky.
L’offerta per bambini e adolescenti è ottima su entrambe le piattaforme, anche se Sky vince in quantità.
Fin qui non ho citato NowTv che dovrebbe rappresentare la risposta di Sky proprio a Netflix. Il motivo è semplice: si tratta di un servizio ancora poco utilizzato e conosciuto, e fortemente dipendente dall’offerta Sky. Con, tra l’altro, enormi difetti: i contenuti in HD ad esempio non sono ancora disponibili (dovrebbero esserlo a breve, a quanto pare), mentre su Netflix sono già disponibili in 4K e HDR.
Non parliamo poi del fatto che mentre Sky tarda a introdurre nuovi decoder al passo coi tempi (riguardo interfaccia e servizi fruibili via wifi), non deve guardarsi soltanto dalla concorrenza di Netflix, che comunque rimane l’alternativa migliore rispetto all’on demand di sky. Mi riferisco a Infinity di Mediaset, Amazon Video, Tim Vision, Vodafone TV… soluzione offerte a prezzi spesso in promo, o in bundle con altri servizi.
Per finire, sono cliente Sky da più di dieci anni. Un cliente abbastanza soddisfatto, seppur con alti e bassi, e che apprezza lo sforzo fatto per cercare di “coccolare” i vecchi clienti tramite le offerte Sky Extra. Però, ribadisco, siamo nel 2017. La tecnologia e la varietà dell’offerta sono cambiate. Attenzione a non perdere il treno.

Apple: iniziata la parabola discendente?

iPhone 8 concept by ConceptsiPhoneApple viene percepita come una società dalle dimensioni talmente importanti che la si potrebbe ascrivere a pieno titolo in quel ristretto gruppo di multinazionali che, per quanto possano attraversare periodi di crisi, anche forti, sembrano al riparo da qualsiasi possibilità di fallimento. Parlo di IBM, ad esempio, o delle grandi case automobilistiche, delle sette sorelle petrolifere, delle multinazionali del tabacco, della Monsanto. Aziende che soltanto importanti sconvolgimenti (sociali, ambientali, economici, ecc.) possono comprometterne l’esistenza. E quando parlo di “importanti sconvolgimenti”, mi riferisco a qualcosa di apocalittico.
Non posso tuttavia non notare quanto le cose, nella casa della mela morsicata, sembra stiano prendendo una piega abbastanza preoccupante. Cosa me lo fa pensare? La totale mancanza di novità che da almeno un paio d’anni caratterizza le sue famiglie di prodotti.
Vediamo di approfondire.
1) iPhone e iPad vengono costantemente aggiornati, ma alla fine rimangono sempre uguali a se stessi. L’aggiornamento più importante l’hanno ricevuto i tablet, con l’introduzione dei modelli Pro, che tuttavia non sembrano riscuotere il successo che ci si aspettava. Dovrebbero rappresentare una sorda di “via di mezzo” tra tablet e notebook, mentre in realtà sono soltanto degli iPad con penna e tastiera (tra l’altro vendute a parte e a caro prezzo). Certo, divertenti da usare, anche produttivi, ma alla fine prodotti così, anche se molto meno evoluti, esistevano vent’anni fa. E, provare per credere, un tablet con tastiera non potrà mai sostituire in tutto e per tutto un notebook. Già dover staccare le mani dalla tastiera per via della mancanza di un touch pad, ed essere costretti a lavorare con le dita sullo schermo mentre si tiene il tablet sulla scrivania o, in qualche modo, sulle ginocchia risulta abbastanza scomodo. E snervante, a dirla tutta.
Molto meglio si comportano, da questo punto di vista, i 2 in 1 o i convertibili basati su Windows 10. Computer a tutti gli effetti che, volendo, possono essere utilizzati come tablet.
Direte: “Si, ma per cazzeggiare sul divano o a letto molto meglio un iPad piuttosto che un Surface di Microsoft o altro 2 in 1 simile”. Vero: infatti tanto vale un tenersi un iPad Air 2 per fare tutto ciò e lasciare il lavoro serio ad appannaggio dei notebook con windows o ai MacBook. Per come la vedo io non dovrebbe esserci distinzione tra iPad Air e iPad Pro, ne tecnica ne di prezzo. In sostanza, il prodotto dovrebbe essere uno soltanto (col display di due o tre misure differenti), e lasciare all’utente la possibilità di scegliere di utilizzarli con tastiera e penna (che dovrebbe essere offerta in bundle). Infine, un file manager vero non guasterebbe: chi lavora su suite di prodotti di tipo Office sa di cosa parlo…
2) …Così però gli iPad non sarebbero troppo dissimili dai Mac Book, e qui casca l’asino. Fino a qualche anno fa i MacBook rappresentavano quel genere di dispositivi che facevano esclamare Wow! agli utenti Windows, quando gliene capitava qualcuno tra le mani. Ora non più: oggi la maggiore novità nel mercato è rappresentata dai convertibili e dai 2 in 1 con digitalizzatore. Quelli si che fanno esclamare Wow!, altro che la barra oled dei nuovi MacBook. Che nel frattempo hanno perso definitamente la guerra in fatto di dimensioni contenute e leggerezza abbinata a materiali di qualità e prestazioni adeguate. HP, Lenovo, Asus e Dell sembrano di riuscire fare molto meglio da questo punto di vista. In sostanza, Apple evita scientemente di creare un 2 in 1 con digitalizzatore e sistema operativo OS x proprio per non fare concorrenza interna ai suoi iPad, e non perché il mercato non lo richieda.
3) Gli iPhone continuano ad essere i migliori smartphone sulla piazza: facili da usare, belli esteticamente, prestanti, ben bilanciati, con un’infinità di accessori, app e servizi a disposizione. Ma il progetto è fermo, da tre generazioni sempre uguale a se stesso, salvo quelle poche novità introdotte col contagocce ogni 12 mesi. Fortunatamente per Apple l’universo Android non sembra riuscire a proporre alternative universalmente considerate all’altezza del suo prodotto di punta. È vero: ci sono smart phone con batterie e autonomia migliori, con maggior risoluzione dello schermo, migliori cam, design da urlo… Ma è un po’ come dire che la Bugatti è meglio della Ferrari. Si, corre di più, ma la maggior parte delle persone gli preferirà sempre una Ferrari.
A quanto pare le vere novità verranno introdotte con l’iPhone 8. Si parla di schermi Oled edge to edge, ossia senza cornici, di ricarica wireless e impermeabilità ulteriormente migliorata. A me tali novità non impressionano – personalmente avrei preferito uno schermo infrangibile e una scocca facilmente sostituibile – tuttavia rappresentano un passo avanti ben più marcato rispetto ai passaggi do consegne tra iPhone 6, 6s e 7. Purché non venga adottata la politica dei prezzi che ha caratterizzato l’affiancamento dei modelli pro agli iPad standard. Diversamente ho paura che le vendite ne risentiranno di conseguenza.
4) Apple Store e iTunes macinano utili che la concorrenza neanche si sogna, ma da questo punto di vista Apple sembra aver perso il treno dei servizi streaming. La creazione di realtà importanti come Spotify e Netflix, dal punto di vista tecnologico, erano ampiamente alla portata di Apple, che tuttavia ha preferito lasciare iTunes immutato, salvo poi affiancargli frettolosamente Apple Music, con scarso successo. Per quanto riguarda la proposta di un servizio simile a Netflix, invece, siamo ancora in alto mare, e non è che la cosa sia poi questa grande tragedia. Di fatto, nessuno sente l’esigenza di un servizio di video streaming targato Apple.
5) Mentre l’iPod sembra ormai inesorabilmente destinato a sparire, si può affermare che Apple TV, Mac e soprattutto Apple Watch rappresentino prodotti di nicchia, probabilmente realizzati in perdita. È vero che quello di Apple è lo smart watch più venduto in assoluto, ma alla fine, se non fosse per l’ecosistema nel quale è inserito, risulta essere inferiore, dal punto di vista estetico e tecnologico, a molti prodotti offerti dalla concorrenza. E, soprattutto, non viene percepito come indispensabile. Io ne ho avuto uno in prova per una quarantina di giorni, prestato da un’amico che non aveva voglia di portarselo appresso durante un viaggio all’estero. Si, può sembrare utile e divertente tenerlo al polso, ma quando l’ho restituito non mi è passata minimamente per la testa l’idea di chiedergli di vendermelo, visto che comunque aveva deciso di disfarsene.

Dopo questo lungo excursus non voglio anch’io cadere nel luogo comune che attribuisce alla dipartita di Steve Jobs la causa di un possibile futuro ridimensionamento di Apple, ma non posso far finta di ignorare il suo coraggio di osare e la capacità di anticipare i tempi, e di saperlo fare nel momento giusto. Perché, se vogliamo, questa è la vera mission di Apple: offrire ciò che nessun concorrente riesce a immaginare. Saranno ancora capaci di farlo?

iPhone 8 concept by ConceptsiPhone

PS: Con questo articolo riprendo ad occuparmi con regolarità di tecnologia e elettronica di consumo, come facevo una decina d’anni fa, quando da queste parti capitava di veder passare un migliaio di utenti al giorno: qualcosa in più rispetto ai 150 mensili di oggi. Lo faccio perché 1) mi piace; 2) è – in parte – il mio lavoro. Non credo di riuscire a pubblicare un articolo al giorno, come facevo all’epoca, alzandomi alle 5.30 del mattino, tuttavia almeno uno a settimana proverò a imbastirlo. E chi vivrà vedrà…

The Man in the Hight Castle – Amazon Video

Devo dirlo: superate le prime due o tre puntate, The Man in the Hight Castle s’è rivelata una gran bella serie, a tratti ottima. E, tutto sommato, abbastanza fedele rispetto al romanzo, al netto di alcuni adattamenti probabilmente indispensabili per una resa migliore su schermo.
Manca forse il protagonista forte, carismatico. Tuttavia vale la pena arrivare all’ultima puntata, anche soltanto per le emozioni che possono scaturire dalla visione di alcune sequenze, talmente forti e fedeli che paiono balzare fuori direttame dalle pagine del libro, così come Dick le aveva immaginate.

The man in the hight castle

Kim Stanley Robinson – Il Rosso di Marte

Ho già scritto altre volte che i miei ritmi di lettura negli ultimi anni sono calati vertiginosamente, ragion per cui preferisco dedicarmi alla lettura di romanzi dalle dimensioni “umane”. Ciò non vuol dire che non possa capitarmi di affrontare la lettura di mattoni da mezzo chilo (virtuale, visto che leggo ormai soltanto ebook), ma deve trattarsi di una lettura quantomeno doverosa, di cui non posso proprio fare a meno.
Il Rosso di Marte, di Kim Stanley Robinson è un romanzo di circa 600 pagine nella versione cartacea. Nulla di insormontabile, per un lettore medio, ma abbastanza pesante se non si tiene un ritmo di lettura adeguato. Anche perché, bisogna dirlo, l’autore spesso si dilunga in interminabili descrizioni di paesaggi, percorsi, trasferimenti che mal si adattano a una lettura discontinua: e questo è il difetto n.1.
Il secondo difetto l’ho trovato nelle tante sotto trame fuori genere, dal romanzetto rosa alla spy story da discount, che seppur ben integrate rispetto alla tematica fantascientifica principale, a me sono sembrate scritte da un dilettante alle prime armi.
Peccato, perché per il resto Il Rosso di Marte è in buona parte un gran bel romanzo di vera Fantascienza, con la effe maiuscola. Speculazione scientifica, sociale, politica e perfino economica vengono ampiamente trattati, e anche se con qualche forzatura qua e la, il tutto pare rigorosamente plausibile.
La caratterizzazione dei personaggi invece, benché sufficientemente dettagliata, a volte sembra di stampo fumettistico, tanto da cadere spesso in una vera e propria stereotipizzazione.
Il Rosso di Marte è un romanzo corale, con tanti protagonisti e altrettanti punti di vista: a volte è difficile tenerli a mente tutti quanti. Non siamo ai livelli dei 400 personaggi di un romanzo di Pynchon, ma neanche della decina di protagonisti di Noi Marziani (per rimanere sullo stesso pianeta), di Dick. Forse sarebbe stato utile poter contare in un’appendice contenente l’elenco dettagliato di protagonisti e comprimari, accompagnato da una cartina di Marte con indicate la posizione di tutti gli insediamenti di cui si parla nel libro.
Il romanzo è parecchio descrittivo, quasi un saggio romanzato, e i dialoghi sono ridotti allo stretto necessario.
Le vicende partono dal viaggio dei primi cento coloni marziani, in gran parte russi e americani (è stato pubblicato pochi anni dopo la caduta del muro di Berlino) a bordo di un’astronave tecnologicamente del tutto plausibile rispetto a quanto si ipotizzava nei primi anni 90*. I primi capitoli sono dedicati al lungo viaggio Terra-Marte e alla presentazione dei personaggi principali. Personaggi che dopo lo sbarco si dedicheranno alla costruzione dei primi insediamenti e alla risoluzione dei problemi dovuti all’ambiente ostile. Seguiranno gli inevitabili scontri politici e ideologici tra chi vede in Marte un mondo da esplorare, capire e preservare, e chi invece punta a una vera e propria colonizzazione massiva con tanto di terraformazione e sfruttamento economico delle risorse minerarie.
Il Rosso di Marte di Kim Stanley RobinsonSeguiranno nuovi sbarchi, la formazione di nuovi gruppi culturalmente e etnicamente distinti, fino ai primi inevitabili scontri, che sfoceranno in… E qui mi fermo, altrimenti rischio di spoilerare troppo.
Se il libro mi è piaciuto? Arrivato a fine lettura nel Kindle è subito comparsa la pubblicità de Il Verde di Marte (secondo tomo della trilogia, che comprende anche Blue Mars, inedito in Italia), e io non ho esitato a finalizzare l’acquisto, anche per via del prezzo in promo di 1.99€…
Quindi si, m’è piaciuto. Molto? No, il giusto, quel tanto che basta farmi andare avanti nella lettura della trilogia, il che non è poco visto che io non amo le serie.

PS: Il Rosso di Marte è stato scritto nei primi anni 90, quindi non troppo tempo fa. Purtroppo, nonostante si tratti di un romanzo relativamente moderno, riporta degli anacronismi tecnologici abbastanza fuori tempo. Ad esempio, si usano le videocassette, non esiste internet (per come lo conosciamo oggi), non esistono comunicazioni cellulari diverse da normali contatti radio. Premesso che non si possono prevedere tutte le evoluzioni tecnologiche, faccio notare che le tecnologie del mio esempio sono state adottate massivamente pochi anni dopo, se non addirittura mesi, rispetto al periodo in cui è stato scritto il romanzo.
Sono dell’idea che alcune correzioni l’autore stesso (che è in vita e gode, immagino, di buona salute) le avrebbe potute includere in una edizione “modernizzata”, visto che la trilogia continua ad essere letta e stampata in tutto il mondo.

Andromeda, rivista on line in versione cartacea… e ci sono anch’io!

copertina AndromedaE così venne il giorno in cui il buon Alessando Iasci riuscì a pubblicare la versione cartacea della prestigiosa rivista on line Andromeda.
Rivista per la quale posso farmi vanto di curare la rubrica Distopie e Apocalissi Italiane del XXI Secolo.
La rivista, un bel volume da ben 240 pagine, sarà disponibile all’acquisto dal prossimo 15 dicembre. Ci si potrà rivolgere al sito dell’editore Ailus scrivendo alla mail: info@ailuseditrice.it. Il prezzo previsto è di 12€ a copia.
La rivista sarà divisa in due parti: una saggistica ricca di approfondimenti, rubriche, recensioni, e interviste, dove compare il mio articolo dedicato a “La ragazza di Vajont” (2008) di Tullio Avoledo; nella parte dedicata ai racconti verranno proposti alcuni dei migliori autori di fantascienza Italiani: Dario Tonani, Donato Altomare, Alessandro Forlani, Andrea Viscusi, Maico Morellini, Ezio Amadini e Silvia Treves. I racconti sono stati illustrati dall’artista Gino Carosini. La rivista conterrà, inoltre, illustrazioni di Musiriam, Angelo Campagna e del disegnatore bonelliano Sergio Giardo, autore della bellissima copertina.

Michele Vaccari – L’Onnipotente

Questo articolo è stato scritto originariamente il 24 giugno 2011 e oggi – ottobre 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Ai tempi in cui lessi questo L’Onnipotente, pubblicato nel 2011 da Laurana Editore  e attualmente ultima opera letteraria di Michele Vaccari, mi chiesi se nella lettura avessi profuso la dovuta attenzione. Arrivato all’ultima pagina, infatti, rimasi perplesso, con l’amaro in bocca.
Trascorso ormai qualche anno, e “ispirato” dalla messa in onda su Sky del serial The Young Pope, diretto da Paolo Sorrentino, mi sono tornate in mente tutte quelle potentissime immagini, sapientemente descritte dal giovane scrittore genovese, che in qualche modo mi hanno riportato all’opera del celebre cineasta napoletano.
Grazie a una spiccata e originale padronanza della lingua italiana, Vaccari è capace di riversare nelle pagine tutta una serie di descrizioni e dialoghi che rimangono impressi nella mente del lettore, come se si stesse assistendo a un’opera visiva e non letteraria. Nel far questo, Vaccari eccede nell’utilizzo di uno stile abbastanza pesante e pomposo. Periodi interminabili, spesso senza punteggiatura, con iperboli linguistiche che si aggrovigliano apparentemente senza capo né coda, salvo poi dover tornare indietro per riprendere il filo del discorso e costatare che, nonostante tutto, la profusione di parole e frasi rimane perfettamente in piedi, ma in equilibrio precario. Oppure, come credo di aver fatto in qualche occasione, si passa avanti e pazienza se non si è colto il senso.
Alla fine la storia risulta interessante, finanche coinvolgente, e i protagonisti vengono ben caratterizzati, anche se a volte paiono troppo caricaturali, eccessivi.
L’Onnipotente narra le gesta – appunto – di un potente, figlio di potenti, che ambisce al soglio di Pietro, massima aspirazione per chi ha nell’ambizione, nell’attitudine al comando e nella brama di potere la propria ragione d’essere. Diventare Papa per governare le coscienze dei fedeli e, in prospettiva, il mondo intero.
Per far questo il protagonista mette scientemente da parte la sua di coscienza. Cosa che per altro gli viene facile, poiché sembra non averne mai avuta una realmente cristiana. Tutto suo padre: politico di razza che persegue il fine e si sbarazza dei mezzi.
E così Santo Bustarelli, nome chiaramente allegorico, al fine di perseguire il suo scopo, mette da parte qualsiasi tipo di scrupolo, portando avanti dentro le mura vaticane e in un’Italia i cui giovani sono persi tra alcol, droga, sesso e degenerazione, una malcelata politica di prevaricazione, eliminazione dell’avversario e circuizione delle anime fragili. Tecniche di evidente ispirazione mafiosa, mutuate dalla malavita più spietata e dalla politica più corrotta. Senza negarsi, neanche lui, qualsiasi tipo di eccesso e dissoluzione.
Provate a leggerlo, ma con attenzione.

Philip K. Dick – La Ragazza dai Capelli Scuri

Sono da sempre un appassionato lettore di Philip K. Dick, scrittore al quale arrivai dopo aver passato qualche anno della mia vita leggendo tutta la produzione fantascientifica di Asimov e un bel po’ di Urania a casaccio. Non ricordo se il mio primo libro di Dick fu un’antologia di racconti o il romanzo Il Cacciatore di Androidi, ma oggi, a quasi venticinque anni di distanza, posso dire di aver letto quasi tutta la sua produzione, ad eccezione di qualcuno dei suoi romanzi mainstream di recente pubblicazione.  Un paio di romanzetti trascurabili, di quelli che scriveva mentre tirava a campare mangiando carne di cavallo destinata all’alimentazione animale, li ho iniziati e non finiti, ma al netto di queste poche eccezioni, si tratta comunque di alcune decine di libri, molti dei quali letti e riletti in edizioni differenti.
Ne La Ragazza dai Capelli Scuri abbiamo a che fare con una delle tante opere minori scritte da Dick,  pubblicata postuma, per la prima volta qui in Italia in questa unica (e scarna) edizione Fanucci. Si tratta di una raccolta di lettere, saggi e altri scritti (non tutti inediti) dove Dick, oltre a trattare i soliti argomenti a lui cari (percezione della realtà, religione, androidi…), illustra – in forma epistolare, in una serie di lettere scritte nei primi anni settanta – il suo rapporto con le tante Dark Haired Girl che incrociarono la sua esistenza.
In particolare, le lettere vennero scritte durante un periodo in cui la vita dello scrittore californiano andava letteralmente a rotoli, tra abuso di droghe, frequentazioni pericolose, crisi creativa, divorzi improvvisi e tentativi di suicidio. Protagoniste o destinatarie di tali lettere, oltre al padre e qualche amico, sono le ragazze del titolo, tutte giovanissime, psicologicamente e fisicamente fragili, dalla personalità spigolosa e dai lunghi capelli scuri.
Philip K. Dick La Ragazza dai Capelli ScuriRagazze alle quali Dick si è sempre attaccato morbosamente, in relazioni difficili che poco hanno a che fare con l’attrazione sessuale o il desiderio di possesso o prevaricazione, ma che molto invece devono alla estrema insicurezza e alla lucida follia di una persona decisamente border line.
Dick inviò le lettere al suo editore nel tentativo di convincerlo a pubblicarle come se si trattasse di un unico romanzo, in un periodo in cui la sua produzione letteraria si era completamente azzerata. Il tentativo fallì e la raccolta rimase inedita fino alla riproposizione postuma a cura di Paul Williams, che scrive l’introduzione all’opera, affiancata in questa edizione da quella – ottima – di Carlo Pagetti.
Ho letto il libro in formato elettronico e, come ho accennato all’inizio, quando parlo di edizione scarna, devo dire di essere rimasto deluso dalla mancanza di tutte quelle informazioni che dovrebbero accompagnare questo tipo di pubblicazioni. Le lettere non hanno data, spesso vengono proposte senza soluzione di continuità, attaccate l’una all’altra, e il destinatario lo si legge o lo si intuisce tra le righe. Pochissime le note (un paio in tutto) per un libro che – specie se si conosce poco l’opera di Dick – ne avrebbe dovuto contenere a decine.
Nonostante questo, un vero appassionato di Dick non può non leggere La Ragazza dai Capelli Scuri: vale sicuramente la pena.