Ernest Cline, Player One

Nella versione cartacea questo libro è un mega spiegone galattico da 640 pagine. Per i non addetti ai lavori (non che io lo sia), lo spiegone è il MALE: sia in ambito narrativo, dove a volte è complicato farne a meno, sia in ambito cinematografico, dove invece le immagini dovrebbero raccontare tutto, o quanto basta. Dicesi “spiegone” quella spiegazione lunga, pedante e spesso fuori luogo che molti scrittori della domenica (e purtroppo tanti di questi riescono a diventare famosi) usano per illustrare senza troppe complicazioni il contesto storico nel quale si svolgono le vicende che vengono narrate. E questo è il difetto numero 1.
Il difetto numero 2 sono proprio le 640 pagine della versione cartacea. Una bella sforbiciata gli avrebbe fatto bene, e menomale che l’ho letto su ebook, altrimenti la mole eccessiva l’avrebbe presto condannato a sparire tra gli scaffali della mia libreria.
C’è anche un difetto n. 3: l’irritante linguaggio adolescenzial/fanciullesco dei protagonisti, ricco di “come butta?”, “amigo”, “fottiti”, “cazzone” e via involvendo.
Fine dei difetti? No, ce ne sono altri, ma a questo punto devo spiegare perché nella recensione di Amazon ho assegnato a questo romanzo tre stelle su cinque.
Ready Player One era la scritta che compariva a inizio partita nei videogiochi cabinati degli anni ottanta, dopo aver inserito il gettone o la monetina. Nel titolo della versione italiana del romanzo è stata inspiegabilmente eliminata la parola Ready, e questo è un crimine vero e proprio, visto che Player One da solo non se lo ricorda nessuno. Andiamo avanti. Ambientato nel 2044, in un futuro dove l’attuale crisi economica è diventata una fantamegacrisi economica, l’umanità anziché perdere tempo su Facebook e Twitter, spreca la propria esistenza su OASIS: una sorta di Second Life/Social Network immersivo dove ci si muove con il proprio avatar in mezzo a pianeti che riproducono fedelmente i mondi virtuali contenuti in videogame, film, telefilm, fumetti. In pratica quello che Zukenberg vuole fare di Facebook dopo aver comprato Oculus Rift. Non solo, OASIS è anche scuola, economia, finanza… Insomma, ci gira praticamente di tutto.
Il creatore di OASIS, James Halliday, è una sorta di Jobs/Zukemberg/Page/Brin/Gates un po’ meno affascinante e un po’ più strano, se possibile (un nerd che più nerd non si può), cresciuto tra mille complessi in QUEGLI anni 80. Nei miei anni 80. L’autore è un classe 72, un anno più grande del sottoscritto, e come il sottoscritto ha passato l’infanzia davanti alla TV o giocando ai videogame, visto che il mondo di fuori era una merda (o così me lo ricordo/se lo ricorda). E così delle 640 pagine almeno 320 sono di citazioni anni ’80, ed è questo il punto forte del libro, la terza stelletta oltre alle due che avrebbe meritato. Le citazioni riguardano Film, Telefilm, Manga, Sit-Com, Fumetti, Videogames, Computer e console, storia dell’informatica, pubblicità e tutta quella paccottiglia pop anni ’80 per la quale ancora oggi andiamo matti.
Il protagonista e narratore è Wade Watts (dal nome allitterante come di solito si usa per gli eroi dei fumetti, come giustamente fa notare), un adolescente orfano e povero che vive in un cumulo di container con la zia che l’ha adottato soltanto per intascarsi i contributi sociali. E mentre nel mondo reale Wade è NIENTE, su OASIS invece è Pazifal, un esperto di videogame che partecipa come “Gunter” al concorso indetto dal suo eroe, proprio quel James Halliday creatore di OASIS che, in quanto adolescente negli anni 80, ne ha mutuato tematiche e citazioni per organizzare una caccia al tesoro che mette in palio tutto il suo patrimonio, OASIS compreso. A ostacolare la caccia di Wade/Parzifal e dei suoi amici Aech, Daito, Shoto e della misteriosa blogger Art3mis, di cui Wade è follemente innamorato, i cattivissimi e stereotipati “Sixers” capitanati dall’irritante e altrettanto stereotipato Nolan Sorrento. Ricchi e cattivi contro poveri e simpatici, come da tipica retorica yankee.
Lo spessore drammatico della vicenda è decisamente impalpabile però, miracolo, alla fine si tratta di un libro divertente, e che incredibilmente si riesce a digerire per tutte le 640 pagine, manco fosse scritto da Tom Clancy.
Un cenno sull’autore, Enrest Cline: perlopiù sconosciuto, ha sceneggiato il film Fanboys (che ho visto: carino) e ottenuto fama internazionale grazie a questo Ready Palyer One, romanzo che le case editrici si sono contese a suon di rilanci ancora prima che venisse ultimato. In America funziona così: si investe sulle idee. Ovviamente la storia è stata opzionata per il grande schermo, e Cline ne curerà la sceneggiatura. Difficile che ne venga fuori qualcosa di buono, ma non si sa mai.

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