Umberto Eco, Numero Zero

Aiuto! Devo recensire un romanzo di Umberto Eco, nientepopodimeno che… E già parlare di recensione mi fa arrossire, quantomeno. Da quando ho deciso di mettere per iscritto in questo blog le impressioni (ecco: forse parlare di “impressioni” è più appropriato) che ricavo dai libri che leggo, non posso certo evitare di farlo con quei pochi autori importanti (e difficili) che raramente decido di affrontare.
Umberto Eco è innegabilmente uno di questi, tranne che per questo romanzo, devo constatare, con mia enorme sorpresa.
Soltanto distrattamente Il Nome della Rosa, secoli fa, e divorato il Pendolo di Focault (in meno di una settimana) qualche anno dopo, le mie letture di Eco si sono fermate a questi due romanzi, e alle Bustine di Minerva che pubblicava sull’Espresso. Poi basta. Provai un certo interesse per Il Cimitero di Praga, ma rimandandone in continuazione l’acquisto ho finito per rinunciare alla lettura. E così ci ho riprovato con questo Numero Zero, aspettandomi le dissertazioni filosofiche, le citazioni dotte e le trame intricate che caratterizzavano gli altri due romanzi.
Sbagliato. Numero Zero si legge tutto d’un fiato e in poco tempo, visto che nella versione cartacea supera di poco le 200 pagine. Non solo: è una lettura facile, e i temi trattati sono davvero alla portata di tutti.
Vediamoli questi temi. La vicenda, ambientata ai tempi di tangentopoli, è narrata in prima persona dal giornalista Colonna, buon professionista datato di enorme erudizione ma dallo scarso successo professionale. Il tutto ruota intorno alla redazione sgangherata del quotidiano Domani. Si tratta di un giornale non ancora pubblicato ma che il suo editore, un ambizioso imprenditore desideroso di farsi accettare nei salotti buoni della finanza, vorrebbe utilizzare per dimostrare di poter toccare corde molto sensibili. Per fare questo decide di stampare dodici numeri zero “dimostrativi”, da far girare negli ambienti di cui sopra. Una sorta di macchina del fango da mettere in moto alla bisogna, e da utilizzare quale arma di ricatto per avvantaggiare gli interessi personali del suo editore. Vi ricorda qualcosa?
In tutto questo Colonna dovrà accettare di indossare i panni del doppiogiochista nei confronti dei colleghi. Il direttore Simei gli ha infatti segretamente assegnato il ruolo di suo personale ghost writer, il cui fine ultimo è la scrittura di un libro che narrerà la storia di Domani, e che Simei stesso utilizzerà alla bisogna quale garanzia personale nei confronti del suo editore.
Qualcosa però non va per il verso giusto. Tra tutti gli articoli e le inchieste che di volta in volta Simei assegna ai suoi collaboratori, si rivela particolarmente pericolosa e compromettente quella che conduce per proprio conto, e all’insaputa del Direttore, il giornalista Braggadocio. Una sorta di excursus paranoico che parte dall’omicidio di Mussolini e si inerpica lungo i misteri di cinquant’anni di storia repubblicana: Gladio, Strategia della Tensione, Misteri Vaticani, Terrorismo. A legare tutto questo un pericoloso e singolare filo conduttore.
Basta così, anche perché poco a poco il romando si trasforma in una giallo a tutti gli effetti, nonostante non si possa dire che il finale ti lasci senza fiato.
Difetto principale: è un romanzo di dialoghi. Duecento pagine di botta e risposta intervallate dal racconto in prima persona di Colonna. A me la cosa un po’ ha dato fastidio. Rimane comunque una lettura piacevole, non certo un capolavoro. Ma d’altra parte il Nome della Rosa si può scrivere una volta soltanto.
Fine della recensione. Me la sono cavata?

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