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Luca Doninelli, Le Cose Semplici

Questo articolo è stato scritto originariamente il 5 gennaio 2016 e oggi – settembre 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Erano i primi giorni di novembre dello scorso anno quando, grazie a una semplice ricerca su Google, mi imbattei casualmente in questo romanzo. Sul momento non mi accorsi del fatto che si trattava di una nuova uscita, pubblicata da Bompiani da poco più di un mese, e visto lo scarso numero di recensioni su Amazon, oltre al fatto di non averne mai sentito parlare, pensai che probabilmente il libro non avesse avuto nessun successo commerciale e fosse stato snobbato dalla critica. Poco male: letta la sinossi decisi di scaricarne l’estratto.
Fin dalle prime righe notai che il libro era scritto benissimo , con uno stile semplice ma non per questo “povero”. Grazie a un’altra breve ricerca vengo a sapere che Luca Doninelli, giornalista che scrive su testate che solitamente non leggo, ha vinto in passato un Campiello e un Grinzane Cavour, il che non è detto sia una garanzia, ma insomma…
Finalizzai l’acquisto senza rendermi conto che si trattava di un mattone da 840 pagine. E per fortuna, aggiungo, altrimenti – spaventato dalla mole – avrei anche potuto lasciar perdere. Purtroppo non leggo più come una volta, e salvo vacanze e occasionali tempi morti, mandar giù 840 pagine leggendo esclusivamente a letto e durante qualche altro momento intimo sul quale è meglio non dilungarsi, equivale a dire che ci sarebbe voluto grossomodo un mese e mezzo per arrivare all’ultima pagina.
Invece ci sono voluti meno di trenta giorni e alla fine non s’è rivelata, tutto sommato, una lettura faticosa. Vero è che su Facebook mi ricordo di aver scritto un “Ma che fatica!”, riferito alle prime 3/400 pagine, ma s’è trattato di un’esclamazione dettata dall’aver perso l’abitudine ad affrontare romanzi così lunghi.
Il libro è scritto in forma di quaderni di memorie, con capitoli brevi e spesso scollegati l’uno dall’altro, se non con i rimandi affidati ai ricordi del protagonista/narrantore.
Provo a sintetizzare la storia: ci troviamo in un futuro apocalittico – ambientato inizialmente a Milano e Parigi, e dalla metà in poi in gran parte negli USA -, grossomodo a ventidue anni da oggi, in una Terra che deve fare i conti col crollo della civiltà dovuto all’evoluzione iperbolica dell’attuale crisi economica. Crisi che sfocerà in un progressiva quanto repentina interruzione delle trasmissioni audio e video, delle comunicazioni, dell’erogazione di elettricità, della disponibilità di petrolio e carburanti. Seguiranno un breve periodo in preda alla barbarie e una successiva stabilizzazione verso una convivenza pacifica ma non priva di rischi. Questa è l’ambientazione, ma il romanzo in realtà racconta soprattutto la storia d’amore tra il protagonista e un genio della matematica: una ragazza francese di famiglia strettamente cattolica, appena quindicenne nel giorno del loro primo incontro. Lui giovane laureato di estrazione borghese e lei già docente alla Sorbona. Storia d’amore che li condurrà all’altare non appena lei raggiungerà la maggiore età, e interrotta pochi anni dopo dal sopraggiungere improvviso dell’apocalisse.

“Ci fu un preciso momento (nessuno saprebbe dire quale) in cui quelli che avevano pensato di controllare il mondo decisero di mandarlo al diavolo”

Lei si ritroverà da sola negli Stati Uniti, e li darà il via a una sorta di utopia grazie alla quale la civiltà potrà continuare – forse – ad avere un futuro, mentre lui nel frattempo si trova intrappolato in una Milano in rovina, tra orrori e barlumi di speranza. Qui inizierà a scrivere i suoi quaderni, nei quali racconterà le vicende della sua famiglia (romanzo nel romanzo), della sua relazione con una ragazza anch’essa conosciuta da bambina, figlia di una sua ex amante, poi ritrovata adulta dopo l’apocalisse e con la quale concepirà un figlio: non l’unico…
Se vado avanti rischio di rivelare troppe cose, ma va detto che Le Cose Semplici non è un solo romanzo: sono tante storie, tante vite, tanti dialoghi sapientemente e magnificamente costruiti. Dialoghi che trattano di letteratura, religione, filosofia, politica. Dialoghi caratterizzati da una sottile ironia di fondo, a tratti spassosa.
Non è facile per me recensire questo libro: i temi trattati sono così tanti e così “importanti” che potrei non avere una preparazione culturale sufficiente per scriverne come si deve.
Ho letto qualche altra recensione de Le Cose Semplici. Qualcuno è arrivato a dire che è il romanzo italiano più importante del 2015. E siccome, nonostante l’autore non sia uno scrittore di genere, si tratta a tutti gli effetti di un romanzo di fantascienza distopica (ma anche, come già detto, utopica), mi sembra strano, molto strano, che nell’ambiente della SF nostrana non se ne sia parlato per nulla.
Dimenticavo: preso dall’entusiasmo mi sono scordato dei difetti, che pure ci sono. Uno su tutti il finale, carino ma non all’altezza del resto. E poi ho trovato eccessiva la brevità delle storie narrate nelle ultime cento pagine. Ma su questi due punti si può e si deve sorvolare.

Nicolò Ammaniti, Anna

Questo articolo è stato scritto originariamente il 28 ottobre 2015 e oggi – agosto 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Chiariamolo subito: questa è pura e semplice Fantascienza. Certo non fantascienza hard, di quella che chi è poco avvezzo alla materia di solito s’immagina caratterizzata dai soliti luoghi comuni: gli alieni, le astronavi spaziali, la matrice, i mutanti con i super poteri e le macchine che volano. Ma come volete chiamare – voi critici che sapete tutto – un romanzo dove un virus stermina l’umanità intera e risparmia i bambini? Dico questo perché sia l’Autore (comprensibilmente, poi spiego perché), sia tutti i recensori con la puzza sotto il naso hanno fatto di tutto per evitare di includere questo romanzo in quel genere narrativo che in Italia uccide sul nascere ogni speranza di successo commerciale: la Fantascienza, appunto. E mentre a uno scrittore che campa dalle vendite dei propri libri tale rimozione – più o meno inconscia – può essergli perdonata, non si capisce perché chi recensisce sui grandi quotidiani nazionali e in TV eviti di pronunciare la parola Fantascienza, quasi come una bestemmia in chiesa. Tipico atteggiamento marchettaro italiota, immagino. In aggiunta, si può dire che qui da noi la SF, a parte quella nobile anglosassone, non se la fila quasi nessuno, salvo qualche rara eccezione, spesso rappresentata dai soliti finti-intellettualoidi che citano Dick senza averlo mai letto.
Fine dell’introduzione polemica.
Ricominciamo daccapo: Anna è un romanzo di fantascienza apocalittica… molto bello: giudizio a bruciapelo che mi sento di spendere subito. La storia è ambientata in Sicilia, in un futuro prossimo socialmente e tecnologicamente indistinguibile dal nostro presente. Una variante del virus dell’influenza, che causa una malattia mortale chiamata la Febbre Rossa, ha apparentemente sterminato l’intera popolazione adulta del pianeta. Dico apparentemente perché i sopravvissuti, tutti giovani ragazzi e bambini, immuni al contagio fino alla pubertà, ignorano cosa ci sia dall’altra parte dello stretto. Ciò che è certo è che non viene più erogata l’energia elettrica e di conseguenza non funziona qualsiasi forma di comunicazione basata sulla tecnologia, il che rende impossibile capire cosa succede nel resto del pianeta. La protagonista, che presta il nome al titolo del romanzo, è Anna, adolescente in fase prepuberale dal carattere forte, intelligente e dotata di quel minimo di istruzione – lascito di una madre saggia e consapevole – che si rivelerà indispensabile per sopravvivere nel nuovo mondo. Insieme a suo fratello Astor e all’amico Pietro, i tre cercheranno di attraversare la Sicilia, evitando le comunità di violenti ragazzini adoratori della Picciridduna, sorta di divinità feticcio dai poteri miracolosi, e il branco di bambini cacciatori ancora più piccoli e dal linguaggio primitivo.
Anna di Nicolò AmmanitiNel lungo viaggio on the road attraverso l’isola sicula, Anna, coraggiosa e determinata come la quasi omonima Hanna cinematografica interpretata da Saorsie Ronan (alla quale Ammaniti pare essersi ispirato non poco), dovrà ricorrere a tutte le sue forze per sopravvivere in un mondo di macerie e violenza, difendere il fratello psicologicamente debole, e cercare di sbarcare in terra di Calabria, alla ricerca di qualche “adulto” o di quello che, rivelatole segretamente, potrebbe essere il bizzarro antidoto alla Febbre Rossa.

Il libro è lungo il giusto e si legge bene, e non viene mai voglia di interrompere la lettura. Un certo umorismo fa da sfondo alla vicenda, a tratti drammatica e mai volgare. Il finale è molto bello, da pelle d’oca. Infine, l’hanno detto tutti e lo dico anch’io, evidenti sono i riferimenti al Signore delle Mosche di Golding e a The Road di McCharty. Aggiungo una curiosità: a un certo punto c’è un passaggio nel romanzo che sembra copiato spudoratamente da una scena del film The Signs, di M. Night Shyamalan. Ma credo di averlo notato soltanto io…

Luca Doninelli, Le Cose Semplici

Ho scovato questo romanzo grazie a una ricerca su Google. Dallo scarso numero di recensioni su Amazon, oltre al fatto di non averne mai sentito parlare, deduco che probabilmente il libro non ha avuto successo commerciale. Poco male: leggo la sinossi e decido di scaricarne l’estratto. Fin dalle prime righe mi rendo conto che è scritto benissimo, in prima persona, con uno stile semplice ma non per questo “povero”. Leggo in rete che Luca Doninelli, giornalista che scrive su testate che solitamente non leggo, ha vinto in passato un Campiello e un Grinzane Cavour, il che non è detto sia una garanzia, ma insomma…
Finalizzo l’acquisto senza rendermi conto che si tratta di un mattone da 840 pagine. E per fortuna, aggiungo, altrimenti – spaventato dalla mole – avrei anche potuto lasciar perdere. Purtroppo non leggo più come una volta, e salvo vacanze e occasionali tempi morti, mandar giù 840 pagine leggendo esclusivamente a letto e seduto sulla tazza equivale a dire che ci vorrà un mese e mezzo per arrivare all’ultima pagina.
Eppure non s’è rivelata, tutto sommato, una lettura faticosa. Vero: su facebook mi è capitato di scrivere un “Ma che fatica!”, riferito alle prime 3/400 pagine, ma s’è trattato di un’esclamazione dettata dalla mia scarsa abitudine ad affrontare romanzi così lunghi, nulla più.
Il libro è scritto in forma di diario, con capitoli brevi e spesso scollegati l’uno dall’altro, se non con i rimandi affidati alla memoria del protagonista narrante.
Provo a sintetizzare la storia: ci troviamo in un futuro apocalittico – ambientato inizialmente a Milano e nella seconda metà in gran parte negli USA -, grossomodo a ventidue anni da oggi, in un futuro che fa i conti col crollo della civiltà dovuto alla progressione iperbolica dell’attuale crisi economica. Crisi che sfocerà in un progressiva quanto repentina interruzione delle trasmissioni audio e video, delle comunicazioni, dell’erogazione di elettricità, della disponibilità di petrolio e carburanti. Seguiranno un breve periodo in preda alla barbarie e una successiva stabilizzazione verso una convivenza pacifica ma non priva di rischi per i superstiti intenti a sopravvivere. Questa è l’ambientazione, ma il romanzo in realtà racconta soprattutto la storia d’amore tra il protagonista e un genio della matematica: una ragazza francese di famiglia strettamente cattolica, appena quindicenne nel giorno del loro primo incontro. Lui giovane laureato e lei già docente alla Sorbona. Storia d’amore che li condurrà all’altare non appena lei compirà diciotto anni, e interrotta pochi anni dopo dall’avverarsi improvviso dell’apocalisse.

“Ci fu un preciso momento (nessuno saprebbe dire quale) in cui quelli che avevano pensato di controllare il mondo decisero di mandarlo al diavolo”

Lei si ritroverà da sola negli Stati Uniti, e li darà il via a una sorta di utopia grazie alla quale la civiltà potrebbe continuare – forse – ad avere un futuro, mentre lui nel frattempo si trova a Milano, una città in rovina, tra orrori e barlumi di speranza. Qui inizierà a scrivere i suoi quaderni, nei quali racconterà le vicende della sua famiglia (romanzo nel romanzo), della sua relazione con una ragazza anch’essa conosciuta da bambina, figlia di una sua amante, e poi ritrovata adulta dopo l’apocalisse, con la quale concepirà un figlio: non l’unico…
Insomma, se vado avanti rischio di rivelare troppe cose, ma va detto che Le Cose Semplici non è un solo romanzo: sono tante storie, tante vite, tanti dialoghi sapientemente e magnificamente costruiti. Dialoghi che trattano di letteratura, religione, filosofia, politica. Dialoghi caratterizzati da una sottile ironia di fondo, a tratti spassosa.
Non è facile per me recensire questo libro: i temi trattati sono così tanti e così “importanti” che penso di non avere una preparazione culturale sufficiente per scriverne come si deve.
Ho letto qualche altra recensione de Le Cose Semplici. Qualcuno è arrivato a dire che è il romanzo italiano più importante del 2015. E siccome, nonostante l’autore non sia uno scrittore di genere, si tratta a tutti gli effetti di un romanzo di fantascienza distopica (ma anche, come già detto, utopica), mi sembra strano, molto strano, che nell’ambiente della SF nostrana non se ne sia parlato per nulla.
Dovreste rimediare.

PS: preso dall’entusiasmo mi sono scordato dei difetti, che pure ci sono. Uno su tutti il finale, carino ma non all’altezza del resto. E poi ho trovato eccessiva la brevità delle storie narrate nelle ultime cento pagine.

Nicolò Ammaniti, Anna

Chiariamolo subito: questa è Fantascienza. Dico questo perché sia l’Autore (comprensibilmente, poi spiego perché), sia tutti i recensori con la puzza sotto il naso hanno fatto di tutto per evitare di includere questo romanzo in quel genere narrativo che in Italia uccide sul nascere ogni speranza di successo commerciale: la Fantascienza, appunto. E mentre a uno scrittore che campa dalle vendite dei propri libri tale rimozione – più o meno inconscia – può essergli perdonata, non si capisce perché chi recensisce sui grandi quotidiani nazionali e in TV eviti di pronunciare la parola Fantascienza, quasi come una bestemmia in chiesa. Tipico atteggiamento marchettaro italiota, immagino. In aggiunta, qui da noi la SF, a parte quella nobile anglosassone, non se la fila nessuno, salvo qualche rara eccezione generalmente rappresentata dai soliti finti-intellettualoidi, quelli che citano Dick senza averlo mai letto.
Fine dell’introduzione polemica.
Ricominciamo daccapo: Anna è un romanzo di fantascienza distopica… molto bello, giudizio a bruciapelo che mi sento di spendere subito. La storia è ambientata in Sicilia, un futuro indistinguibile dal nostro presente. Una variante del virus dell’influenza, che causa una malattia mortale chiamata la Febbre Rossa, ha apparentemente sterminato l’intera popolazione adulta del pianeta. Dico apparentemente perché i sopravvissuti, tutti giovani ragazzi e bambini, immuni al contagio fino alla pubertà, ignorano cosa ci sia dall’altra parte dello stretto. Ciò che è certo è non esiste più l’energia elettrica e di conseguenza non funziona qualsiasi forma di comunicazione basato sulla tecnologia. La protagonista, Anna, insieme a suo fratello Astor e all’amico Pietro, cercheranno di attraversare la Sicilia, evitando le comunità di violenti ragazzini adoratori della Picciridduna, sorta di divinità feticcio dai poteri miracolosi, e il branco di bambini cacciatori ancora più piccoli e dal linguaggio primitivo.
Anna di Nicolò AmmanitiNel lungo viaggio on the road attraverso l’isola sicula, Anna, coraggiosa e determinata come la quasi omonima Hanna cinematografica interpretata da Saorsie Ronan, dovrà ricorrere a tutte le sue forze per sopravvivere in un modo di macerie e violenza, difendere il fratello psicologicamente debole, e cercare di sbarcare in terra di Calabria, alla ricerca di qualche “adulto” o di quello che, rivelatole segretamente, potrebbe essere il bizzarro antidoto alla Febbre Rossa.

Il libro è lungo il giusto e si legge bene, e non viene mai voglia di interrompere la lettura. Un certo umorismo fa da sfondo alla vicenda, a tratti drammatica e mai volgare. Il finale è molto bello, da pelle d’oca. Infine, l’hanno detto tutti e lo dico anch’io, evidenti sono i riferimenti al Signore delle Mosche di Golding e a The Road di McCharty. Aggiungo una curiosità: a un certo punto c’è un passaggio nel romanzo che sembra copiato spudoratamente da una scena del film The Signs, di M. Night Shyamalan. Ma credo di averlo notato soltanto io…

Alok Jha, Manuale dell’apocalisse: Cinquanta ipotesi sulla fine del mondo

Ho acquistato questo saggio per tre motivi: 1) L’argomento mi affascina fin da bambino (ho letto tutta l’Apocalisse di Giovanni che ero ancora alle medie); 2) Mi sono fidato della casa editrice, la Bolati Boringhieri; 3) Mi è stato gentilmente offerto da Amazon a 99 centesimi, e questo è forse il motivo principale.
Nonostante l’eccessiva enfasi posta nelle tante possibilità di sventura che potrebbero sconquassare questo sfortunato pianeta, il saggio rimane ben confinato entro una certa plausibilità scientifica, per cui non si ha anche fare, nel corso della lettura, con profezie Maya, Nostradamus, liste di papi e quant’altro.
Ma se è vero che non ci si discosta mai dal sentiero tracciato entro i suddetti steccati scientifici, la superficialità con la quale vengono esposte le cinquanta ipotesi catastrofiche è spesso a livelli da scuola elementare. E l’autore non è ne spiritoso, ne acuto.
Si tratta sostanzialmente di una lettura tremendamente noiosa, e non vale la pena spendere altre parole. Non compratelo, a meno che non ve lo ripropongano a pochi euro e avete la fissa per i manuali escatologici.

Tom Perrotta, Svaniti nel Nulla

Lo confesso: più di una volta sono andato vicino all’abbandono della lettura di questo libro. Ma alla fine, prendendomi molto più tempo di quello necessario, sono riuscito ad arrivare alla 398ttesima pagina di questo estenuante episodio mal riuscito di Ai Confini della Realtà.
Si, perché è evidente che l’intento dello scrittore italo americano Tom Perrotta è quello di ricalcare esattamente quel tipo di atmosfere alla The Twilight Zone. Obiettivo fallito.
Ma allora come ho fatto io, omicida seriale di libri abbandonati nei dintorni di pagina cinquanta, a portarne a termine la lettura? Andiamo per ordine…
Prima di affrontare la lettura del libro, ho seguito su Sky fino all’ultima puntata la serie TV che ne è stata tratta, e che vede lo stesso Tom Perrotta nel duplice ruolo di produttore e autore del soggetto. Continue reading

Alain Minc – I dieci giorni che cambieranno il mondo

Tematiche apocalittiche e scenari escatologici mi hanno sempre affascinato, al pari di distopie e ucronie varie. L’ho già scritto in qualche altro post passato. Di conseguenza, appena ho letto nei quotidiani la pubblicità di questo saggio di Alain Minc (studioso francese fino ad ora a me totalmente sconosciuto) sono corso a comprarlo in libreria, senza trovarcelo, per giunta. Fortunatamente su internet si trova tutto…
Seconda delusione consecutiva, dopo quella del post precedente. Il saggio è di una superficialità che lascia esterrefatti. Più che di un saggio si tratta della raccolta di dieci trafiletti (troppa grazia definirli articoli), dove vengono postulati altrettanti scenari futuri. Visti dal punto di vista di un francese. Ci tengo a specificarlo in quanto la cosa traspare chiaramente durante la lettura.
I capitoli “Il giorno in cui Israele attaccherà le installazioni nucleari Iraniane” e “Il giorno in cui il terrorismo minaccerà di far esplodere un’arma nucleare tattica” li avrei potuti sviluppare meglio io. E ho detto tutto.
L’ultimo scenario immaginato, quello della marcia di protesta dei giovani maschi bianchi per le vie di Parigi, anche se dichiaratamente satirico (e non fa ridere per niente), è semplicemente ridicolo.
L’ho letto in due ore, e questo lascia intendere qual è il livello di approfondimento.

Cormac McCarthy – La Strada

Questa è letteratura. Premiato con il Pulitzer, La Strada di McCarthy è un romanzo duro, ma non troppo. È la storia di un padre e di un figlio, e in questo non c’è niente di sdolcinato e melenso. È un romanzo di fantascienza, con poca scienza e poca speculazione. È, soprattutto, uno dei più bei libri che abbia mai letto. Uno di quelli che arrivati all’ultima pagina ti fanno accapponare la pelle: a me è successo, letterlamente.
Sulla storia c’è poco da raccontare: ci troviamo in una Terra devastata da una catastrofe non svelata. Probabilmente una guerra nucleare. Una Terra invasa dalla cenere, con il cielo perennemente coperto da una coltre grigia, le piante morte o carbonizzate e gli animali estinti. Un mondo in preda alla barbarie, con i pochi sopravvissuti dediti al cannibalismo o alla razzia. In questa terra desolata, un padre e un figlio percorrono verso sud le lunghe strade d’asfalto, perennemente in cerca di qualcosa da mangiare, trascinandosi dietro un carrello colmo di piccoli oggetti. Oggetti indispensabili per la sopravvivenza.
MaCharty ci sa fare con le parole, e fortunati sono quelli che possono permettersi di leggere questo romanzo in lingua originale.
Dico la verità: ho letto questo romanzo perché appassionato di fantascienza, e La Strada è l’unico romanzo di McCarthy che può essere annoverato in questo genere tanto bistrattato.
Spero ne scriva altri, nel frattempo proverò a leggere alcuni dei suoi altri capolavori, a cominciare dal celebre Non è Un Paese per Vecchi, romanzo dal quale i fratelli Coen hanno tratto il bellissimo film premiato con tre premi oscar.

AGGIORNAMENTO 25 Giugno 2015
Sono passati sei anni da quando ho scritto questa recensione, e nel frattempo ho letto altri libri di McCarthy. La Strada rimane il più bello, ma gli altri non sono da meno: Non è Un Paese per Vecchi; Meridiano di Sangue; Figlio di Dio.
Ognuno di questi merita di essere letto e riletto. Non c’è che dire: McCarthy è un grande scrittore, garantito.