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Margaret Atwood, Per Ultimo il Cuore

Lettura leggera e divertente, quest’ultimo romanzo distopico della Atwood può essere sfogliato tranquillamente sotto l’ombrellone, in metropolitana, una pagina al giorno, mollato e ripreso. Scritto ottimamente e tradotto molto bene, senza inutili virtuosismi e pesanti approfondimenti, di questo libro si apprezzano in primo luogo l’ironia – a volte macabra – e il sense of humor della celebre scrittrice canadese, che ricordo è stata più volte candidata al Nobel, messi a disposizione di una trama semplice e lineare, con colpi di scena non troppo a effetto, e che qua e la pecca in verosimiglianza. Ma questo è voler spaccare il capello in quattro. Il romanzo risulta comunque godibile, capace – se non di stupire – almeno di strapparci qualche sorriso.
In in futuro abbastanza vicino al nostro presente, la crisi economica globale precipita vaste aree degli Stati Uniti d’America, soprattutto il Nord Est, in una situazione di degrado, pericolo costante e povertà estrema.
Stan e Charmaine hanno perso casa e lavoro e sono costretti a “vivere”, tra mille pericoli, a bordo della propria auto, lavandosi e mangiando quando possono. Charmaine riesce a racimolate qualche spicciolo col lavoro sottopagato di cameriera in un locale equivoco, mentre Stan prova a resistere alla tentazione di passare al malaffare, come invece ha fatto quella testa calda di suo fratello Connor, un piccolo boss immischiato giri strani e poco chiari.
recensione per ultimo il cuore di margaret atwoodDopo aver visto una pubblicità in TV, Stan e Charmaine si convincono che una possibile svolta per la loro esistenza possa venire dall’ingresso nella città – con annessa struttura carceraria – di Positron/Consilience, dove, dopo aver superato tutta una serie di test, si diventa abitanti di un villaggio in stile anni 50, si riceve un lavoro, una casa confortevole, e degli scooter elettrici per gli spostamenti. Tutto molto bello, sennonché ogni mese ci si deve alternare con una coppia che rimarrà sconosciuta e che prenderà possesso del loro alloggio, mentre Stan e Charmaine si trasferiranno nel carcere di Positron, dove insieme al resto della popolazione carceraria dovranno svolgerne per un mese mansioni diverse, prima di poter tornare alla loro vita e alla loro casa. Altro dettaglio non trascurabile: una volta entrati a Consilience, non si può più uscire.
Questa, in sintesi, la trama principale, che la Atwood sfrutta per toccare altri temi: il sesso coi simulacri, più o meno “interattivo”, la riprogrammazione mentale, con relativa creazione di schiavi devoti (tema caro alla Atwood), e i giochi sporchi delle multinazionali, il tutto condito con una sotto trama da romanzetto rosa che comunque – strano ma vero – arricchisce e non rovina l’insieme.
Insomma, non un capolavoro imperdibile – la Atwood non verrà ricordata certo per questo romanzo – ma sicuramente, come già detto, una buona lettura.

Kim Stanley Robinson – Il Rosso di Marte

Ho già scritto altre volte che i miei ritmi di lettura negli ultimi anni sono calati vertiginosamente, ragion per cui preferisco dedicarmi alla lettura di romanzi dalle dimensioni “umane”. Ciò non vuol dire che non possa capitarmi di affrontare la lettura di mattoni da mezzo chilo (virtuale, visto che leggo ormai soltanto ebook), ma deve trattarsi di una lettura quantomeno doverosa, di cui non posso proprio fare a meno.
Il Rosso di Marte, di Kim Stanley Robinson è un romanzo di circa 600 pagine nella versione cartacea. Nulla di insormontabile, per un lettore medio, ma abbastanza pesante se non si tiene un ritmo di lettura adeguato. Anche perché, bisogna dirlo, l’autore spesso si dilunga in interminabili descrizioni di paesaggi, percorsi, trasferimenti che mal si adattano a una lettura discontinua: e questo è il difetto n.1.
Il secondo difetto l’ho trovato nelle tante sotto trame fuori genere, dal romanzetto rosa alla spy story da discount, che seppur ben integrate rispetto alla tematica fantascientifica principale, a me sono sembrate scritte da un dilettante alle prime armi.
Peccato, perché per il resto Il Rosso di Marte è in buona parte un gran bel romanzo di vera Fantascienza, con la effe maiuscola. Speculazione scientifica, sociale, politica e perfino economica vengono ampiamente trattati, e anche se con qualche forzatura qua e la, il tutto pare rigorosamente plausibile.
La caratterizzazione dei personaggi invece, benché sufficientemente dettagliata, a volte sembra di stampo fumettistico, tanto da cadere spesso in una vera e propria stereotipizzazione.
Il Rosso di Marte è un romanzo corale, con tanti protagonisti e altrettanti punti di vista: a volte è difficile tenerli a mente tutti quanti. Non siamo ai livelli dei 400 personaggi di un romanzo di Pynchon, ma neanche della decina di protagonisti di Noi Marziani (per rimanere sullo stesso pianeta), di Dick. Forse sarebbe stato utile poter contare in un’appendice contenente l’elenco dettagliato di protagonisti e comprimari, accompagnato da una cartina di Marte con indicate la posizione di tutti gli insediamenti di cui si parla nel libro.
Il romanzo è parecchio descrittivo, quasi un saggio romanzato, e i dialoghi sono ridotti allo stretto necessario.
Le vicende partono dal viaggio dei primi cento coloni marziani, in gran parte russi e americani (è stato pubblicato pochi anni dopo la caduta del muro di Berlino) a bordo di un’astronave tecnologicamente del tutto plausibile rispetto a quanto si ipotizzava nei primi anni 90*. I primi capitoli sono dedicati al lungo viaggio Terra-Marte e alla presentazione dei personaggi principali. Personaggi che dopo lo sbarco si dedicheranno alla costruzione dei primi insediamenti e alla risoluzione dei problemi dovuti all’ambiente ostile. Seguiranno gli inevitabili scontri politici e ideologici tra chi vede in Marte un mondo da esplorare, capire e preservare, e chi invece punta a una vera e propria colonizzazione massiva con tanto di terraformazione e sfruttamento economico delle risorse minerarie.
Il Rosso di Marte di Kim Stanley RobinsonSeguiranno nuovi sbarchi, la formazione di nuovi gruppi culturalmente e etnicamente distinti, fino ai primi inevitabili scontri, che sfoceranno in… E qui mi fermo, altrimenti rischio di spoilerare troppo.
Se il libro mi è piaciuto? Arrivato a fine lettura nel Kindle è subito comparsa la pubblicità de Il Verde di Marte (secondo tomo della trilogia, che comprende anche Blue Mars, inedito in Italia), e io non ho esitato a finalizzare l’acquisto, anche per via del prezzo in promo di 1.99€…
Quindi si, m’è piaciuto. Molto? No, il giusto, quel tanto che basta farmi andare avanti nella lettura della trilogia, il che non è poco visto che io non amo le serie.

PS: Il Rosso di Marte è stato scritto nei primi anni 90, quindi non troppo tempo fa. Purtroppo, nonostante si tratti di un romanzo relativamente moderno, riporta degli anacronismi tecnologici abbastanza fuori tempo. Ad esempio, si usano le videocassette, non esiste internet (per come lo conosciamo oggi), non esistono comunicazioni cellulari diverse da normali contatti radio. Premesso che non si possono prevedere tutte le evoluzioni tecnologiche, faccio notare che le tecnologie del mio esempio sono state adottate massivamente pochi anni dopo, se non addirittura mesi, rispetto al periodo in cui è stato scritto il romanzo.
Sono dell’idea che alcune correzioni l’autore stesso (che è in vita e gode, immagino, di buona salute) le avrebbe potute includere in una edizione “modernizzata”, visto che la trilogia continua ad essere letta e stampata in tutto il mondo.

Philip K. Dick – La Ragazza dai Capelli Scuri

Sono da sempre un appassionato lettore di Philip K. Dick, scrittore al quale arrivai dopo aver passato qualche anno della mia vita leggendo tutta la produzione fantascientifica di Asimov e un bel po’ di Urania a casaccio. Non ricordo se il mio primo libro di Dick fu un’antologia di racconti o il romanzo Il Cacciatore di Androidi, ma oggi, a quasi venticinque anni di distanza, posso dire di aver letto quasi tutta la sua produzione, ad eccezione di qualcuno dei suoi romanzi mainstream di recente pubblicazione.  Un paio di romanzetti trascurabili, di quelli che scriveva mentre tirava a campare mangiando carne di cavallo destinata all’alimentazione animale, li ho iniziati e non finiti, ma al netto di queste poche eccezioni, si tratta comunque di alcune decine di libri, molti dei quali letti e riletti in edizioni differenti.
Ne La Ragazza dai Capelli Scuri abbiamo a che fare con una delle tante opere minori scritte da Dick,  pubblicata postuma, per la prima volta qui in Italia in questa unica (e scarna) edizione Fanucci. Si tratta di una raccolta di lettere, saggi e altri scritti (non tutti inediti) dove Dick, oltre a trattare i soliti argomenti a lui cari (percezione della realtà, religione, androidi…), illustra – in forma epistolare, in una serie di lettere scritte nei primi anni settanta – il suo rapporto con le tante Dark Haired Girl che incrociarono la sua esistenza.
In particolare, le lettere vennero scritte durante un periodo in cui la vita dello scrittore californiano andava letteralmente a rotoli, tra abuso di droghe, frequentazioni pericolose, crisi creativa, divorzi improvvisi e tentativi di suicidio. Protagoniste o destinatarie di tali lettere, oltre al padre e qualche amico, sono le ragazze del titolo, tutte giovanissime, psicologicamente e fisicamente fragili, dalla personalità spigolosa e dai lunghi capelli scuri.
Philip K. Dick La Ragazza dai Capelli ScuriRagazze alle quali Dick si è sempre attaccato morbosamente, in relazioni difficili che poco hanno a che fare con l’attrazione sessuale o il desiderio di possesso o prevaricazione, ma che molto invece devono alla estrema insicurezza e alla lucida follia di una persona decisamente border line.
Dick inviò le lettere al suo editore nel tentativo di convincerlo a pubblicarle come se si trattasse di un unico romanzo, in un periodo in cui la sua produzione letteraria si era completamente azzerata. Il tentativo fallì e la raccolta rimase inedita fino alla riproposizione postuma a cura di Paul Williams, che scrive l’introduzione all’opera, affiancata in questa edizione da quella – ottima – di Carlo Pagetti.
Ho letto il libro in formato elettronico e, come ho accennato all’inizio, quando parlo di edizione scarna, devo dire di essere rimasto deluso dalla mancanza di tutte quelle informazioni che dovrebbero accompagnare questo tipo di pubblicazioni. Le lettere non hanno data, spesso vengono proposte senza soluzione di continuità, attaccate l’una all’altra, e il destinatario lo si legge o lo si intuisce tra le righe. Pochissime le note (un paio in tutto) per un libro che – specie se si conosce poco l’opera di Dick – ne avrebbe dovuto contenere a decine.
Nonostante questo, un vero appassionato di Dick non può non leggere La Ragazza dai Capelli Scuri: vale sicuramente la pena.

Luca Doninelli, Le Cose Semplici

Questo articolo è stato scritto originariamente il 5 gennaio 2016 e oggi – settembre 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Erano i primi giorni di novembre dello scorso anno quando, grazie a una semplice ricerca su Google, mi imbattei casualmente in questo romanzo. Sul momento non mi accorsi del fatto che si trattava di una nuova uscita, pubblicata da Bompiani da poco più di un mese, e visto lo scarso numero di recensioni su Amazon, oltre al fatto di non averne mai sentito parlare, pensai che probabilmente il libro non avesse avuto nessun successo commerciale e fosse stato snobbato dalla critica. Poco male: letta la sinossi decisi di scaricarne l’estratto.
Fin dalle prime righe notai che il libro era scritto benissimo , con uno stile semplice ma non per questo “povero”. Grazie a un’altra breve ricerca vengo a sapere che Luca Doninelli, giornalista che scrive su testate che solitamente non leggo, ha vinto in passato un Campiello e un Grinzane Cavour, il che non è detto sia una garanzia, ma insomma…
Finalizzai l’acquisto senza rendermi conto che si trattava di un mattone da 840 pagine. E per fortuna, aggiungo, altrimenti – spaventato dalla mole – avrei anche potuto lasciar perdere. Purtroppo non leggo più come una volta, e salvo vacanze e occasionali tempi morti, mandar giù 840 pagine leggendo esclusivamente a letto e durante qualche altro momento intimo sul quale è meglio non dilungarsi, equivale a dire che ci sarebbe voluto grossomodo un mese e mezzo per arrivare all’ultima pagina.
Invece ci sono voluti meno di trenta giorni e alla fine non s’è rivelata, tutto sommato, una lettura faticosa. Vero è che su Facebook mi ricordo di aver scritto un “Ma che fatica!”, riferito alle prime 3/400 pagine, ma s’è trattato di un’esclamazione dettata dall’aver perso l’abitudine ad affrontare romanzi così lunghi.
Il libro è scritto in forma di quaderni di memorie, con capitoli brevi e spesso scollegati l’uno dall’altro, se non con i rimandi affidati ai ricordi del protagonista/narrantore.
Provo a sintetizzare la storia: ci troviamo in un futuro apocalittico – ambientato inizialmente a Milano e Parigi, e dalla metà in poi in gran parte negli USA -, grossomodo a ventidue anni da oggi, in una Terra che deve fare i conti col crollo della civiltà dovuto all’evoluzione iperbolica dell’attuale crisi economica. Crisi che sfocerà in un progressiva quanto repentina interruzione delle trasmissioni audio e video, delle comunicazioni, dell’erogazione di elettricità, della disponibilità di petrolio e carburanti. Seguiranno un breve periodo in preda alla barbarie e una successiva stabilizzazione verso una convivenza pacifica ma non priva di rischi. Questa è l’ambientazione, ma il romanzo in realtà racconta soprattutto la storia d’amore tra il protagonista e un genio della matematica: una ragazza francese di famiglia strettamente cattolica, appena quindicenne nel giorno del loro primo incontro. Lui giovane laureato di estrazione borghese e lei già docente alla Sorbona. Storia d’amore che li condurrà all’altare non appena lei raggiungerà la maggiore età, e interrotta pochi anni dopo dal sopraggiungere improvviso dell’apocalisse.

“Ci fu un preciso momento (nessuno saprebbe dire quale) in cui quelli che avevano pensato di controllare il mondo decisero di mandarlo al diavolo”

Lei si ritroverà da sola negli Stati Uniti, e li darà il via a una sorta di utopia grazie alla quale la civiltà potrà continuare – forse – ad avere un futuro, mentre lui nel frattempo si trova intrappolato in una Milano in rovina, tra orrori e barlumi di speranza. Qui inizierà a scrivere i suoi quaderni, nei quali racconterà le vicende della sua famiglia (romanzo nel romanzo), della sua relazione con una ragazza anch’essa conosciuta da bambina, figlia di una sua ex amante, poi ritrovata adulta dopo l’apocalisse e con la quale concepirà un figlio: non l’unico…
Se vado avanti rischio di rivelare troppe cose, ma va detto che Le Cose Semplici non è un solo romanzo: sono tante storie, tante vite, tanti dialoghi sapientemente e magnificamente costruiti. Dialoghi che trattano di letteratura, religione, filosofia, politica. Dialoghi caratterizzati da una sottile ironia di fondo, a tratti spassosa.
Non è facile per me recensire questo libro: i temi trattati sono così tanti e così “importanti” che potrei non avere una preparazione culturale sufficiente per scriverne come si deve.
Ho letto qualche altra recensione de Le Cose Semplici. Qualcuno è arrivato a dire che è il romanzo italiano più importante del 2015. E siccome, nonostante l’autore non sia uno scrittore di genere, si tratta a tutti gli effetti di un romanzo di fantascienza distopica (ma anche, come già detto, utopica), mi sembra strano, molto strano, che nell’ambiente della SF nostrana non se ne sia parlato per nulla.
Dimenticavo: preso dall’entusiasmo mi sono scordato dei difetti, che pure ci sono. Uno su tutti il finale, carino ma non all’altezza del resto. E poi ho trovato eccessiva la brevità delle storie narrate nelle ultime cento pagine. Ma su questi due punti si può e si deve sorvolare.

Nicolò Ammaniti, Anna

Questo articolo è stato scritto originariamente il 28 ottobre 2015 e oggi – agosto 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Chiariamolo subito: questa è pura e semplice Fantascienza. Certo non fantascienza hard, di quella che chi è poco avvezzo alla materia di solito s’immagina caratterizzata dai soliti luoghi comuni: gli alieni, le astronavi spaziali, la matrice, i mutanti con i super poteri e le macchine che volano. Ma come volete chiamare – voi critici che sapete tutto – un romanzo dove un virus stermina l’umanità intera e risparmia i bambini? Dico questo perché sia l’Autore (comprensibilmente, poi spiego perché), sia tutti i recensori con la puzza sotto il naso hanno fatto di tutto per evitare di includere questo romanzo in quel genere narrativo che in Italia uccide sul nascere ogni speranza di successo commerciale: la Fantascienza, appunto. E mentre a uno scrittore che campa dalle vendite dei propri libri tale rimozione – più o meno inconscia – può essergli perdonata, non si capisce perché chi recensisce sui grandi quotidiani nazionali e in TV eviti di pronunciare la parola Fantascienza, quasi come una bestemmia in chiesa. Tipico atteggiamento marchettaro italiota, immagino. In aggiunta, si può dire che qui da noi la SF, a parte quella nobile anglosassone, non se la fila quasi nessuno, salvo qualche rara eccezione, spesso rappresentata dai soliti finti-intellettualoidi che citano Dick senza averlo mai letto.
Fine dell’introduzione polemica.
Ricominciamo daccapo: Anna è un romanzo di fantascienza apocalittica… molto bello: giudizio a bruciapelo che mi sento di spendere subito. La storia è ambientata in Sicilia, in un futuro prossimo socialmente e tecnologicamente indistinguibile dal nostro presente. Una variante del virus dell’influenza, che causa una malattia mortale chiamata la Febbre Rossa, ha apparentemente sterminato l’intera popolazione adulta del pianeta. Dico apparentemente perché i sopravvissuti, tutti giovani ragazzi e bambini, immuni al contagio fino alla pubertà, ignorano cosa ci sia dall’altra parte dello stretto. Ciò che è certo è che non viene più erogata l’energia elettrica e di conseguenza non funziona qualsiasi forma di comunicazione basata sulla tecnologia, il che rende impossibile capire cosa succede nel resto del pianeta. La protagonista, che presta il nome al titolo del romanzo, è Anna, adolescente in fase prepuberale dal carattere forte, intelligente e dotata di quel minimo di istruzione – lascito di una madre saggia e consapevole – che si rivelerà indispensabile per sopravvivere nel nuovo mondo. Insieme a suo fratello Astor e all’amico Pietro, i tre cercheranno di attraversare la Sicilia, evitando le comunità di violenti ragazzini adoratori della Picciridduna, sorta di divinità feticcio dai poteri miracolosi, e il branco di bambini cacciatori ancora più piccoli e dal linguaggio primitivo.
Anna di Nicolò AmmanitiNel lungo viaggio on the road attraverso l’isola sicula, Anna, coraggiosa e determinata come la quasi omonima Hanna cinematografica interpretata da Saorsie Ronan (alla quale Ammaniti pare essersi ispirato non poco), dovrà ricorrere a tutte le sue forze per sopravvivere in un mondo di macerie e violenza, difendere il fratello psicologicamente debole, e cercare di sbarcare in terra di Calabria, alla ricerca di qualche “adulto” o di quello che, rivelatole segretamente, potrebbe essere il bizzarro antidoto alla Febbre Rossa.

Il libro è lungo il giusto e si legge bene, e non viene mai voglia di interrompere la lettura. Un certo umorismo fa da sfondo alla vicenda, a tratti drammatica e mai volgare. Il finale è molto bello, da pelle d’oca. Infine, l’hanno detto tutti e lo dico anch’io, evidenti sono i riferimenti al Signore delle Mosche di Golding e a The Road di McCharty. Aggiungo una curiosità: a un certo punto c’è un passaggio nel romanzo che sembra copiato spudoratamente da una scena del film The Signs, di M. Night Shyamalan. Ma credo di averlo notato soltanto io…

Alessandro Vietti – Real Mars

Vuoi per il lavoro, la famiglia, gli impegni e un feeling col romanzo che non è scattato da subito, ho impiegato una vita a leggere e portare a termine questo Real Mars, romanzo di fantascienza sociologica scritto da Alessadro Vietti e edito dai “ragazzi” di Zona 42.
Perché il feeling non è scattato, nonostante i temi proposti, particolarmente intriganti? Perché Vietti usa, volutamente e giocoforza, una tecnica di scrittura “televisiva”, ricca di “inquadrature“, cambi di scena, alternanza e moltiplicazione dei punti di vista. Peccato che, per come la vedo io, tutto ciò che è assimilabile al linguaggio televisivo è per sua natura forzatamente innaturale. Tale caratteristica mi ha impedito di “immergermi” nel contesto narrativo, ragion per cui ho vissuto la storia come, appunto, se l’avessi vista in TV. Caratteristica – va detto – che è stata giudicata in modo estremamente positivo da un buon numero di recensori. Punto primo.
Secondo: dopo poche pagine ero già in overdose da similitudini, figura retorica – sorella “povera” della metafora – che Vietti dispensa abbondantemente, tanto che non sono infrequenti i periodi che ne contengono addirittura una paio, come questo:

“Dopo una sola domanda, la Renard si alza ed esce come una che deve correre in bagno, sottraendosi alla ridda di domande che si solleva dalla platea come un’oda anomala.”

Il “come un’onda anomala” è evidentemente di troppo, perché non serve a figurare l’immagine della “ridda” di domande che si “solleva” dalla platea. Ridda e solleva sono più che sufficienti, per non dire perfetti, per farti immaginare la scena, mentre “come un’onda anomala” – dopo che la similitudine l’hai già usata per la Renard che si alza e esce “come una che deve correre in bagno” – appesantisce il testo. Un inutile ricamo. Sembra quasi di leggere il testo di una canzone rap.

A questo punto penserete che il romanzo non mi sia piaciuto. Falso. I romanzi che non mi piacciono, semplicemente, io li abbandono. Posso andare avanti per qualche capitolo, o addirittura superare la metà del libro. Ma se non mi piace non lo finisco, e la cosa mi è capitata centinaia di volte. Di Real Mars invece sono arrivato a leggere la parola fine, con tanto di commozione e brividi lungo la schiena. Il perché è presto detto: la storia acchiappa. Cattura l’attenzione del lettore. Coinvolge. Intriga.
Ci si affeziona ai personaggi principali, meno a quelli di contorno, e le tante microstorie che Vietti dispensa lungo le 320 pagine della versione cartacea a volte distraggono, ti fanno perdere il binario della narrazione. Ma durano poco, e ti ritrovi  nuovamente a seguire le vicende del comandante Kostantin Beznosov, della fragile biologa Therèse Fernandez, dell’avvenente chimica e geologa Ulrike Reimann e dell’affascinante ingegnere Ettore Lombardi. Sono loro i quattro astronauti imbarcati nell’astronave Europe 1, scelti per la prima missione umana verso il pianeta Rosso organizzata dall’ESA e finanziata con i capitali privati del reality Real Mars, reality di cui l’equipaggio è il protagonista assoluto. Selezionato in base alle rispettive competenze. Oppure grazie allo loro presenza scenica?

Real-Mars-Cop-663x900Tra le tante “comparse” troviamo personaggi televisivi e del jet set a noi familiari, vecchi di qualche anno, alternati a figure caricaturali facilmente riconoscibili. Vietti dispensa sapientemente perizia scientifica, colpi di scena e conoscenza del mezzo televisivo, il tutto condito con una buona dose di ironia, a volte sottile, spesso a buon mercato (specie se in abbinamento alle similitudini di cui sopra). Frequenti i cambi di prospettiva, il ricorso al linguaggio pubblicitario visto in chiave satirica – un po’ Dick e un po’ Brunner – e la speculazione sociologica. Sapientemente costruiti i dialoghi e, specie nel finale, viene reso molto bene lo spessore drammatico.

A proposito di finale: non so se farina del sacco di Vietti o di un sapiente intervento di editing, ma negli ultimi capitoli si assiste a un totale cambio di registro. Spariscono le similitudini hip hop per fare posto all’escalation drammatica del finale con brividi di cui ho parlato all’inizio. E proprio il finale, pur se un pelino sbrigativo, e la parte migliore di tutto il romanzo: vale la pena arrivarci.
Complimenti quindi a Alessandro Vietti e a Zona 42, casa editrice che investe nella fantascienza italiana e internazionale di qualità e che, sono sicuro, non smetterà di stupirci… A proposito di linguaggio televisivo.

Nicola Skert, Hitorizumo

Questo articolo è stato scritto originariamente il 7 febbraio 2015 e oggi – luglio 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Non nascondo che quando scrissi per la prima volta la mia recensione di Hitorizumo provai una certa difficoltà nel valutare l’opera. Primo: perché ebbi modo di scambiare su Facebook qualche parola con Nicola Skert, giovane scrittore alla sua seconda opera, e questa seppur risicatissima conoscenza rischiava di compromettere il mio giudizio (lo so, è una mia tara caratteriale…). Secondo: perché feci una gran fatica ad arrivare alla fine del romanzo, pur non riuscendo a staccarmene, per poi rendermi conto che i capitoli finali valevano da soli tutto il tempo necessario per arrivare fino all’ultima pagina. Terzo: perché ritenevo ottima l’idea alla base della storia, arricchita da una serie trovate davvero geniali. Purtroppo però (quarto) alcuni difetti si sono rivelati davvero difficili da digerire.
E quindi tanto vale parlare subito di questi difetti, che poi stringi stringi si concentrano su uno soltanto: i dialoghi. Troppo innaturali, artificiosamente brillanti, ricchi di battute spiritose che tuttavia troppo spesso non fanno ridere. Dialoghi che vorrebbero essere cinici o sarcastici, oppure arguti, ma senza riuscirci mai appieno. Talvolta sembrano estrapolati di netto dalla pubblicità, per quanto paiono forzati e finti.
Peccato, perché per il resto (a parte qualche refuso sfuggito qua e là in fase di editing) il romanzo è scritto davvero bene, e molte descrizioni vengono rese in maniera magistrale, anche se a volte capita che venga oltrepassata la soglia tra il racconto e lo spiegone, senza peraltro mai tracimare in logorroici infodump.
La storia: improvvisamente la Terra piomba nel buio. Un buio impenetrabile e apocalittico, per il quale apparentemente non esiste una spiegazione scientifica. Un’oscurità sinistramente preannunciata da misteriose ombre che furtivamente, senza mai rivelarsi del tutto, transitano ai margini del campo visivo dei protagonisti.
Nel giro di poche ore l’umanità si troverà a combattere contro il gelo polare dovuto al brusco calo termico. Il tutto viene reso in maniera scientificamente plausibile, ben documentata nell’appendice i coda al romanzo.
Il lettore stesso sentirà il gelo intaccargli le ossa, tanto è efficace la prosa di Skert nel descrivere le sensazioni provate dai protagonisti.
La totale assenza di luce e energia, gli incendi, i fumi tossici e le bande di gente comune in preda al panico o, peggio, a una incontrollabile follia omicida, accompagnano il giovane meteorologo Paolo e il suo amico Mirco nel più tenebroso dei viaggi on the road. Entrambi cercheranno di raggiungere Angela e Giulio, rispettivamente moglie e figlio di Paolo, asserragliati tra le mura domestiche insieme a Luca, un amico e vicino di casa reso psicologicamente instabile dall’improvvisa scomparsa della luce. Sarà un viaggio difficile, pericoloso e drammatico, dove non mancheranno momenti in puro stile horror e la tensione non accennerà mai a calare, se non nei dialoghi di cui sopra.
Può bastare così, di Hitorizumo non si deve raccontare altro: il rischio di rovinare la sorpresa del finale è alta, pertanto mi limito a dire che la trama non è soltanto quella da me sommariamente riportata. È altro, molto altro.
Un romanzo da leggere, e soprattutto da finire. Fidatevi.

PS: In appendice al romanzo vengono riportati alcuni studi scientifici che sviluppano l’ipotesi alla base del racconto, ossia l’improvviso spegnimento (o oscuramento) del sole. Purtroppo non si tratta di articoli divulgativi, e alla seconda equazione ho iniziato a perdere il filo. Peccato, perché l’argomento è interessante, ma per come viene trattato sembra rivolto a studiosi e accademici, non a semplici appassionati di scienza e fantascienza.