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Alessandro De Roma, La Fine dei Giorni

Alessandro De Roma è un giovane autore Sardo, già tradotto all’estero, i cui ultimi lavori sono stati pubblicati da EinaudiLa Fine dei Giorni è la sua seconda opera, pubblicata da Il Maestrale nel 2008, che segue di un anno Vita e Morte di Ludovico Lauter, ottimo esordio apprezzato dalla critica.
Romanzo distopico e apocalittico al tempo stesso, ne La Fine Dei Giorni De Roma racconta una storia sicuramente fantascientifica ma con solide basi nel nostro presente, proiettato in un futuro non troppo distante dai nostri giorni.
Il protagonista e io narrante è Giovanni Ceresa, un insegnate quarantenne dal carattere riflessivo, a tratti pavido e incline alla malinconia. Le vicende prendono il via dall’improvvisa sparizione del signor Baratti, un pensionato che abita nel condominio in cui risiede lo stesso Ceresa. Gli abitanti del condominio non sembrano aver fatto caso alla strana sparizione, e molti addirittura non ricordano l’anziano signore. Lo stesso Ceresa, col passare dei giorni, si rende conto di non riuscire a mantenere vivo il ricordo del suo vissuto quotidiano. Inizia così a tenere un diario, dove registra tutto quello che gli capita e che vale la pena ricordare, nella speranza di riuscire a dare un senso agli eventi di cui non sa di essere ignaro protagonista. Quella di Baratti infatti non è l’unica sparizione dimenticata, mentre in una Torino sapientemente descritta si moltiplicano le persone in preda alla demenza, gruppi di senzatetto più o meno lucidi vagano per le strade, orde di cannibali abitano i cimiteri e bande di delinquenti militarizzati si barricano nei centri commerciali.
Nella sua ricerca meticolosa, Ceresa riesce a far riemergere il ricordo di alcuni eventi significativi che hanno segnato la sua esistenza, tra i quali un inquietante test ministeriale che precede la maggiore età, e che sembra collegato a una drammatica e scabrosa vicenda familiare. Il flusso dei ricordi scaturisce mentre percorre in lungo e in largo una Torino man mano sempre più spopolata e in preda al caos, coi negozi vuoti e le strade desolate e pericolose. L’unico ad aiutarlo in questa affannosa ricerca è Willy, un amico apparentemente immune alla perdita selettiva della memoria.
Romanzo davvero molto bello, scritto perfettamente e mai inutilmente prolisso. I misteri che il protagonista tenta di risolvere vengono svelati con sapiente tempismo, caratteristica che contribuisce a tenere il lettore incollato alle pagine. Purtroppo, l’espediente scelto da De Roma per concludere la vicenda e tirare i fili di tutta la storia, somiglia troppo a un infodump mascherato, e l’alchimia creata col lettore sembra improvvisamente disciogliersi nel brusco cambio di registro narrativo. Peccato, perché il romanzo, fino a quel momento, rasentava la perfezione.
Poco male. La Fine dei Giorni rimane comunque un romanzo superbo, per appassionati del genere e non, di cui volutamente evito di svelarne gli evidenti riferimenti alla nostra attualità politica, economica e sociale. Leggetelo e capirete il perché.

Margaret Atwood, Per Ultimo il Cuore

Lettura leggera e divertente, quest’ultimo romanzo distopico della Atwood può essere sfogliato tranquillamente sotto l’ombrellone, in metropolitana, una pagina al giorno, mollato e ripreso. Scritto ottimamente e tradotto molto bene, senza inutili virtuosismi e pesanti approfondimenti, di questo libro si apprezzano in primo luogo l’ironia – a volte macabra – e il sense of humor della celebre scrittrice canadese, che ricordo è stata più volte candidata al Nobel, messi a disposizione di una trama semplice e lineare, con colpi di scena non troppo a effetto, e che qua e la pecca in verosimiglianza. Ma questo è voler spaccare il capello in quattro. Il romanzo risulta comunque godibile, capace – se non di stupire – almeno di strapparci qualche sorriso.
In in futuro abbastanza vicino al nostro presente, la crisi economica globale precipita vaste aree degli Stati Uniti d’America, soprattutto il Nord Est, in una situazione di degrado, pericolo costante e povertà estrema.
Stan e Charmaine hanno perso casa e lavoro e sono costretti a “vivere”, tra mille pericoli, a bordo della propria auto, lavandosi e mangiando quando possono. Charmaine riesce a racimolate qualche spicciolo col lavoro sottopagato di cameriera in un locale equivoco, mentre Stan prova a resistere alla tentazione di passare al malaffare, come invece ha fatto quella testa calda di suo fratello Connor, un piccolo boss immischiato giri strani e poco chiari.
recensione per ultimo il cuore di margaret atwoodDopo aver visto una pubblicità in TV, Stan e Charmaine si convincono che una possibile svolta per la loro esistenza possa venire dall’ingresso nella città – con annessa struttura carceraria – di Positron/Consilience, dove, dopo aver superato tutta una serie di test, si diventa abitanti di un villaggio in stile anni 50, si riceve un lavoro, una casa confortevole, e degli scooter elettrici per gli spostamenti. Tutto molto bello, sennonché ogni mese ci si deve alternare con una coppia che rimarrà sconosciuta e che prenderà possesso del loro alloggio, mentre Stan e Charmaine si trasferiranno nel carcere di Positron, dove insieme al resto della popolazione carceraria dovranno svolgerne per un mese mansioni diverse, prima di poter tornare alla loro vita e alla loro casa. Altro dettaglio non trascurabile: una volta entrati a Consilience, non si può più uscire.
Questa, in sintesi, la trama principale, che la Atwood sfrutta per toccare altri temi: il sesso coi simulacri, più o meno “interattivo”, la riprogrammazione mentale, con relativa creazione di schiavi devoti (tema caro alla Atwood), e i giochi sporchi delle multinazionali, il tutto condito con una sotto trama da romanzetto rosa che comunque – strano ma vero – arricchisce e non rovina l’insieme.
Insomma, non un capolavoro imperdibile – la Atwood non verrà ricordata certo per questo romanzo – ma sicuramente, come già detto, una buona lettura.

Tiziano Scarpa – Il brevetto del geco

Mi rendo conto di non essere particolarmente originale nel definire Il brevetto del geco, del “cannibaleTiziano Scarpa, un vero, autentico, sincero e caratteristico romanzo postmoderno italiano. Non privo di difetti, a mio modo di vedere. Ma andiamo con ordine.
Vagamente distopico (o utopico, a seconda della propria sensibilità religiosa) nel prologo e nell’epilogo, fatico nel definire questo romanzo un’opera fantascientifica, come qualcuno ha fatto. Anzi, per me non lo è neanche marginalmente. Eppure io sono di bocca buona, da questo punto di vista. Il fatto è che Il brevetto del geco è un romanzo che parla prevalentemente di arte contemporanea – tenete Wikipedia sottomano -, religione, solitudine e parole, tanto che le parole stesse prendono coscienza e parlano di se in prima persona. Che poi si dedichino una manciata di pagine a all’evoluzione sovversiva di una nuova corrente religiosa di matrice cristiana non basta per annoverare questo romanzo nel genere a me caro. Altrimenti, chessò, dovrei considerare anche Rumore bianco di De Lillo un romanzo fantascientifico: c’è chi l’ha fatto, e io non sono d’accordo, e c’è chi ha paragonato Scarpa proprio a De Lillo, senza senso della misura, evidentemente.Recensione Il brevetto del geco Tiziano Scarpa
Quindi, ricapitolando, dal il mio punto di vista questo è il difetto principale: nel leggere il prologo ti aspetti un certo tipo di romanzo, e mentre vai avanti nella lettura ti aspetti che da un momento all’altro la storia dei Cristiani Sovversivi salti fuori. Invece viene liquidata sbrigativamente nelle poche pagine finali.
I due protagonisti sono Federico Morpio, artista fallito perennemente in bolletta, e Adele Cassetti, impiegata anonima colta da crisi mistica e la cui epifania è stata innescata dalla contemplazione del un geco, ospite indesiderato nella casa in cui abita. I due personaggi risultano al tempo stesso anonimi ed eccentrici, marginali e peculiari. Persone comuni con qualcosa di unico. Seguiremo le loro vicende attraverso l’alternanza ordinata dei capitoli, per poi ritrovarli insieme nell’ultimo, dove non manca il classico colpo di scena finale.
Insomma, fatta salva la mia obiezione di cui sopra, si tratta di una lettura abbastanza piacevole, originale e scritta ottimamente. E con Tiziano Scarpa c’era d’aspettarselo.

Tullio Avoledo – Chiedi alla Luce

Chiedi alla Luce, di Tullio Avoledo, è un romanzo bellissimo, giudizio che ho maturato gradualmente,  soprattutto dopo aver superato le prime cento pagine, quelle che mi sono servite per metabolizzare una storia dalle tematiche che di primo acchito potevano sembrare vagamente fantasy. Chiedi alla Luce – titolo stupendo mutuato da un verso del poeta Ovidio, uno dei tanti personaggi che affollano il romanzo – invece parla d’altro.
Parla del male che alberga nell’animo delle persone, e di quella scintilla di umanità che a volte si può nascondere nel cuore del più spietato dei carnefici, per quanto tale concetto sia difficile da accettare. E di autori di carneficine, in questo romanzo, ce ne sono tanti: dalla manovalanza nazista dei campi di concentramento, ai boia seriali delle purghe staliniane. Dalle atrocità commesse durante l’assedio di Budapest, all’eccidio di Misk e alla strage degli insorti della Comune di Parigi.
Il viaggio dell’Arcangelo Gabriele, l’Angelo Sterminatore incarnato tra fine del ventesimo e inizio del ventunesimo secolo nel corpo, nel cervello eroso dal cancro e nella psiche dell’archistar Gabriel, si snoda tra i luoghi delle carneficine di cui sopra. Viaggio geografico e temporale, tra Europa, Russia, Turchia e Penisola Arabica, e che finisce tra Pordenone e Venezia, in un continuo spostarsi tra i luoghi della memoria ormai compromessa di Gabriel, alla ricerca di una donna di cui soltanto alla fine conosceremo storia e destino, alle soglie di una fine del mondo che aleggia tra le pagine del libro come un evento incombente, ma del tutto a fuoco.
tullio avoledo chiedi alla luceRomanzo caleidoscopico, ricco di rimandi, amnesie e situazioni grottesche: cani e gatti che parlano, zingari millenari dalle origine classiche, angeli nascosti tra i mortali, cantanti uxoricidi, compagni di viaggio logorroici, oggetti e opere d’arte che attraversano il tempo e lo spazio. E poi le donne, donne fatali, bellissime e sensuali come tutte le donne dei romanzi Avoledo, nelle quali in qualche modo si rispecchia e cerca conforto tutta la fragilità del protagonista.
Quasi cinquecento pagine velate da malinconia e pessimismo, di tanto in tanto intervallate da quel sottile e cinico umorismo che fa capolino tra i dialoghi, brillanti e veri, dei protagonisti.
Non mancano infine incursioni su tematiche care allo scrittore di Pordenone: l’amore per la musica, la tecnologia, la poesia, l’arte. Il tutto condito in salsa vagamente postmoderna.
La sparo grossa: Avoledo è uno dei migliori scrittori italiani, e spiace che in tanti ancora non se ne siano resi conto.

Nicolò Ammaniti, Anna

Questo articolo è stato scritto originariamente il 28 ottobre 2015 e oggi – agosto 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Chiariamolo subito: questa è pura e semplice Fantascienza. Certo non fantascienza hard, di quella che chi è poco avvezzo alla materia di solito s’immagina caratterizzata dai soliti luoghi comuni: gli alieni, le astronavi spaziali, la matrice, i mutanti con i super poteri e le macchine che volano. Ma come volete chiamare – voi critici che sapete tutto – un romanzo dove un virus stermina l’umanità intera e risparmia i bambini? Dico questo perché sia l’Autore (comprensibilmente, poi spiego perché), sia tutti i recensori con la puzza sotto il naso hanno fatto di tutto per evitare di includere questo romanzo in quel genere narrativo che in Italia uccide sul nascere ogni speranza di successo commerciale: la Fantascienza, appunto. E mentre a uno scrittore che campa dalle vendite dei propri libri tale rimozione – più o meno inconscia – può essergli perdonata, non si capisce perché chi recensisce sui grandi quotidiani nazionali e in TV eviti di pronunciare la parola Fantascienza, quasi come una bestemmia in chiesa. Tipico atteggiamento marchettaro italiota, immagino. In aggiunta, si può dire che qui da noi la SF, a parte quella nobile anglosassone, non se la fila quasi nessuno, salvo qualche rara eccezione, spesso rappresentata dai soliti finti-intellettualoidi che citano Dick senza averlo mai letto.
Fine dell’introduzione polemica.
Ricominciamo daccapo: Anna è un romanzo di fantascienza apocalittica… molto bello: giudizio a bruciapelo che mi sento di spendere subito. La storia è ambientata in Sicilia, in un futuro prossimo socialmente e tecnologicamente indistinguibile dal nostro presente. Una variante del virus dell’influenza, che causa una malattia mortale chiamata la Febbre Rossa, ha apparentemente sterminato l’intera popolazione adulta del pianeta. Dico apparentemente perché i sopravvissuti, tutti giovani ragazzi e bambini, immuni al contagio fino alla pubertà, ignorano cosa ci sia dall’altra parte dello stretto. Ciò che è certo è che non viene più erogata l’energia elettrica e di conseguenza non funziona qualsiasi forma di comunicazione basata sulla tecnologia, il che rende impossibile capire cosa succede nel resto del pianeta. La protagonista, che presta il nome al titolo del romanzo, è Anna, adolescente in fase prepuberale dal carattere forte, intelligente e dotata di quel minimo di istruzione – lascito di una madre saggia e consapevole – che si rivelerà indispensabile per sopravvivere nel nuovo mondo. Insieme a suo fratello Astor e all’amico Pietro, i tre cercheranno di attraversare la Sicilia, evitando le comunità di violenti ragazzini adoratori della Picciridduna, sorta di divinità feticcio dai poteri miracolosi, e il branco di bambini cacciatori ancora più piccoli e dal linguaggio primitivo.
Anna di Nicolò AmmanitiNel lungo viaggio on the road attraverso l’isola sicula, Anna, coraggiosa e determinata come la quasi omonima Hanna cinematografica interpretata da Saorsie Ronan (alla quale Ammaniti pare essersi ispirato non poco), dovrà ricorrere a tutte le sue forze per sopravvivere in un mondo di macerie e violenza, difendere il fratello psicologicamente debole, e cercare di sbarcare in terra di Calabria, alla ricerca di qualche “adulto” o di quello che, rivelatole segretamente, potrebbe essere il bizzarro antidoto alla Febbre Rossa.

Il libro è lungo il giusto e si legge bene, e non viene mai voglia di interrompere la lettura. Un certo umorismo fa da sfondo alla vicenda, a tratti drammatica e mai volgare. Il finale è molto bello, da pelle d’oca. Infine, l’hanno detto tutti e lo dico anch’io, evidenti sono i riferimenti al Signore delle Mosche di Golding e a The Road di McCharty. Aggiungo una curiosità: a un certo punto c’è un passaggio nel romanzo che sembra copiato spudoratamente da una scena del film The Signs, di M. Night Shyamalan. Ma credo di averlo notato soltanto io…

Nicola Skert, Hitorizumo

Questo articolo è stato scritto originariamente il 7 febbraio 2015 e oggi – luglio 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Non nascondo che quando scrissi per la prima volta la mia recensione di Hitorizumo provai una certa difficoltà nel valutare l’opera. Primo: perché ebbi modo di scambiare su Facebook qualche parola con Nicola Skert, giovane scrittore alla sua seconda opera, e questa seppur risicatissima conoscenza rischiava di compromettere il mio giudizio (lo so, è una mia tara caratteriale…). Secondo: perché feci una gran fatica ad arrivare alla fine del romanzo, pur non riuscendo a staccarmene, per poi rendermi conto che i capitoli finali valevano da soli tutto il tempo necessario per arrivare fino all’ultima pagina. Terzo: perché ritenevo ottima l’idea alla base della storia, arricchita da una serie trovate davvero geniali. Purtroppo però (quarto) alcuni difetti si sono rivelati davvero difficili da digerire.
E quindi tanto vale parlare subito di questi difetti, che poi stringi stringi si concentrano su uno soltanto: i dialoghi. Troppo innaturali, artificiosamente brillanti, ricchi di battute spiritose che tuttavia troppo spesso non fanno ridere. Dialoghi che vorrebbero essere cinici o sarcastici, oppure arguti, ma senza riuscirci mai appieno. Talvolta sembrano estrapolati di netto dalla pubblicità, per quanto paiono forzati e finti.
Peccato, perché per il resto (a parte qualche refuso sfuggito qua e là in fase di editing) il romanzo è scritto davvero bene, e molte descrizioni vengono rese in maniera magistrale, anche se a volte capita che venga oltrepassata la soglia tra il racconto e lo spiegone, senza peraltro mai tracimare in logorroici infodump.
La storia: improvvisamente la Terra piomba nel buio. Un buio impenetrabile e apocalittico, per il quale apparentemente non esiste una spiegazione scientifica. Un’oscurità sinistramente preannunciata da misteriose ombre che furtivamente, senza mai rivelarsi del tutto, transitano ai margini del campo visivo dei protagonisti.
Nel giro di poche ore l’umanità si troverà a combattere contro il gelo polare dovuto al brusco calo termico. Il tutto viene reso in maniera scientificamente plausibile, ben documentata nell’appendice i coda al romanzo.
Il lettore stesso sentirà il gelo intaccargli le ossa, tanto è efficace la prosa di Skert nel descrivere le sensazioni provate dai protagonisti.
La totale assenza di luce e energia, gli incendi, i fumi tossici e le bande di gente comune in preda al panico o, peggio, a una incontrollabile follia omicida, accompagnano il giovane meteorologo Paolo e il suo amico Mirco nel più tenebroso dei viaggi on the road. Entrambi cercheranno di raggiungere Angela e Giulio, rispettivamente moglie e figlio di Paolo, asserragliati tra le mura domestiche insieme a Luca, un amico e vicino di casa reso psicologicamente instabile dall’improvvisa scomparsa della luce. Sarà un viaggio difficile, pericoloso e drammatico, dove non mancheranno momenti in puro stile horror e la tensione non accennerà mai a calare, se non nei dialoghi di cui sopra.
Può bastare così, di Hitorizumo non si deve raccontare altro: il rischio di rovinare la sorpresa del finale è alta, pertanto mi limito a dire che la trama non è soltanto quella da me sommariamente riportata. È altro, molto altro.
Un romanzo da leggere, e soprattutto da finire. Fidatevi.

PS: In appendice al romanzo vengono riportati alcuni studi scientifici che sviluppano l’ipotesi alla base del racconto, ossia l’improvviso spegnimento (o oscuramento) del sole. Purtroppo non si tratta di articoli divulgativi, e alla seconda equazione ho iniziato a perdere il filo. Peccato, perché l’argomento è interessante, ma per come viene trattato sembra rivolto a studiosi e accademici, non a semplici appassionati di scienza e fantascienza.

Bruno Arpaia – Qualcosa, là fuori

Non capita spesso di leggere un romanzo così ben documentato, che potremmo definire come una sorta di saggio romanzato, o una docu-fiction su carta, come argutamente l’ha definita un altro recensore.
Proprio questo è il maggior pregio di Qualcosa, là fuori, del giornalista e scrittore napoletano Bruno Arpaia, dove l’apocalisse immaginata (o profetizzata) è, tra tutte, quella più probabile: uno sconvolgimento climatico mondiale. Perché la più probabile? Perché il riscaldamento globale è sotto gli occhi di tutti, e secondo alcuni studi, citati nell’opera, oltrepassato un non troppo distante punto di non ritorno, gli eventi non possono far altro che precipitare.
Questo succede nel romanzo di Arpaia, e l’autore ce lo racconta attraverso la vicende che vedono per protagonista Livio, anziano docente universitario che intorno al 2080, insieme a una carovana composta da migliaia di disperati, partirà per un lungo viaggio a piedi verso i paesi nordici, gli unici che in questo futuro apocalittico potranno ancora godere di un clima stabilmente mite.
Il romanzo è costruito con un’alternanza di capitoli che raccontano: 1) il viaggio di Livio e dei suoi amici migranti –  per lo più italiani, disperati e in fuga, al pari di quelli che sbarcano oggi nelle nostre coste – verso l’ambita meta; 2) la storia stessa di Livio, dagli anni dell’università in Italia a quelli della migrazione verso nord, passando per la storia d’amore con una ragazza d’origine Siriana, figlia di migranti dei giorni nostri. Con lei si sposterà negli Stati Uniti d’America, ed entrambi verranno assunti da importanti università dove potranno approfondire le loro ricerche.
L’escalation climatica tuttavia non accenna ad arrestarsi e la situazione diverrà sempre più drammatica e pericolosa, finché la coppia, insieme a loro figlio, non sarà costretta a tornare in un’Italia irriconoscibile e disastrata, agitata da conflitti sociali, religiosi e etnici.
Quella di Arpaia è una scrittura nervosa, lucida, secca, quasi a voler ricalcare le condizioni climatiche estreme di cui parla il romanzo.
bruno arpaia - qualcosa, là fuoriTutti quei paesaggi riarsi dal sole, il caldo, la polvere, le sterpaglie… ambienti descritti così bene che a volte vorresti avere un bicchiere d’acqua a portata di mano, in modo da placare la sete atavica che ti coglie mentre t’immedesimi nei tormenti dei protagonisti.
Bello il finale, forse scontato ma onesto, che non illude il lettore.
Impossibile non provare timore per un futuro del tutto plausibile, che noi già iniziamo a intravvedere, e che purtroppo lasceremo in eredità ai nostri figli.
Davvero un bel romanzo, mai monotono, lungo il giusto e ben documentato. Da leggere e approfondire, grazie numerose alle fonti citate nella nota di chiusura.

Sergio Donato, Tutti sono nessuno

Interessante racconto di Sergio Donato, un mio quasi coetaneo che come me è transitato per le antologie Delos della serie “365 racconti“. Fine delle similitudini, purtroppo. Si, perché Sergio Donato, a differenza del sottoscritto, non si è più fermato: ha continuato a pubblicare racconti su riviste e antologie, anche di editori importanti, ha vinto premi, e quando non li ha vinti si è classificato tra i primi.
Quindi, Sergio Donato è uno scrittore. Un bravo scrittore, tanto bravo da essersi meritato la pubblicazione di un suo racconto nella collana digitale ZoomFiltri, edita da Feltrinelli.sergio donato - tutti sono nessuno
Con Tutti Sono Nessuno siamo dalle parti della più classica delle distopie apocalittiche: la guerra nucleare. Ovviamente, a ogni guerra nucleare che si rispetti segue l’inverno medesimo, con annessi problemi si sopravvivenza da parte dei superstiti e relativo scadimento nella barbarie.
Lettura gradevole, forse non proprio originale, ma il è testo pulito, curato, e i personaggi ben delineati. Il racconto è abbastanza breve, 22 pagine la lunghezza di stampa, pertanto preferisco non rivelare altro. Buona lettura, inteso come giudizio personale e come augurio per chi decide di investici i 99 centesimi di euro necessari per l’acquisto.

Nicolò Ammaniti, Anna

Chiariamolo subito: questa è Fantascienza. Dico questo perché sia l’Autore (comprensibilmente, poi spiego perché), sia tutti i recensori con la puzza sotto il naso hanno fatto di tutto per evitare di includere questo romanzo in quel genere narrativo che in Italia uccide sul nascere ogni speranza di successo commerciale: la Fantascienza, appunto. E mentre a uno scrittore che campa dalle vendite dei propri libri tale rimozione – più o meno inconscia – può essergli perdonata, non si capisce perché chi recensisce sui grandi quotidiani nazionali e in TV eviti di pronunciare la parola Fantascienza, quasi come una bestemmia in chiesa. Tipico atteggiamento marchettaro italiota, immagino. In aggiunta, qui da noi la SF, a parte quella nobile anglosassone, non se la fila nessuno, salvo qualche rara eccezione generalmente rappresentata dai soliti finti-intellettualoidi, quelli che citano Dick senza averlo mai letto.
Fine dell’introduzione polemica.
Ricominciamo daccapo: Anna è un romanzo di fantascienza distopica… molto bello, giudizio a bruciapelo che mi sento di spendere subito. La storia è ambientata in Sicilia, un futuro indistinguibile dal nostro presente. Una variante del virus dell’influenza, che causa una malattia mortale chiamata la Febbre Rossa, ha apparentemente sterminato l’intera popolazione adulta del pianeta. Dico apparentemente perché i sopravvissuti, tutti giovani ragazzi e bambini, immuni al contagio fino alla pubertà, ignorano cosa ci sia dall’altra parte dello stretto. Ciò che è certo è non esiste più l’energia elettrica e di conseguenza non funziona qualsiasi forma di comunicazione basato sulla tecnologia. La protagonista, Anna, insieme a suo fratello Astor e all’amico Pietro, cercheranno di attraversare la Sicilia, evitando le comunità di violenti ragazzini adoratori della Picciridduna, sorta di divinità feticcio dai poteri miracolosi, e il branco di bambini cacciatori ancora più piccoli e dal linguaggio primitivo.
Anna di Nicolò AmmanitiNel lungo viaggio on the road attraverso l’isola sicula, Anna, coraggiosa e determinata come la quasi omonima Hanna cinematografica interpretata da Saorsie Ronan, dovrà ricorrere a tutte le sue forze per sopravvivere in un modo di macerie e violenza, difendere il fratello psicologicamente debole, e cercare di sbarcare in terra di Calabria, alla ricerca di qualche “adulto” o di quello che, rivelatole segretamente, potrebbe essere il bizzarro antidoto alla Febbre Rossa.

Il libro è lungo il giusto e si legge bene, e non viene mai voglia di interrompere la lettura. Un certo umorismo fa da sfondo alla vicenda, a tratti drammatica e mai volgare. Il finale è molto bello, da pelle d’oca. Infine, l’hanno detto tutti e lo dico anch’io, evidenti sono i riferimenti al Signore delle Mosche di Golding e a The Road di McCharty. Aggiungo una curiosità: a un certo punto c’è un passaggio nel romanzo che sembra copiato spudoratamente da una scena del film The Signs, di M. Night Shyamalan. Ma credo di averlo notato soltanto io…

Massimiliano Santarossa, Metropoli

Sarò poco originale, ma anch’io non posso fare a meno di sostenere, come hanno fatto altri recensori, che questo romanzo deve molto, moltissimo, alle distopie della prima metà del secolo scorso: Orwell, Huxley, Bradbury e Zamjatin. Non solo, durante la lettura ho colto evidenti rimandi alla fantascienza sociologica degli anni 60/70, alla Herry Harrison per intenderci, con chiari riferimenti ad alcune tematiche del romanzo Largo! Largo!, dal quale è stato tratto il cult con Charlton Heston “2022: I sopravvissuti“.
La storia.
A seguito di un catastrofico collasso produttivo, usa sorta di evoluzione iperbolica dell’attuale crisi economica, il mondo è piombato in un’irreversibile dissesto ambientale e sociale. La temperatura media del pianeta è crollata, gli stati e le istituzioni sono collassati, la maggior parte delle specie viventi estinte. Sopravvivono nella miseria e nella barbarie pochi esseri umani, tormentati dal freddo e dalla fame.
Unica speranza per chi tenta di sopravvivere è quella di raggiungere la città fortificata di Metropoli. Continue reading