Philip K. Dick, Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch

Ho riletto per la terza volta questo capolavoro assoluto del grande Philip K. Dick, nella traduzione di Umberto Rossi. L’ho fatto a più di venticinque anni dalla seconda lettura e l’ho ritrovato, ancora una volta, semplicemente meraviglioso.
Ne Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch, da alcuni considerato il miglior romanzo scritto dal visionario scrittore californiano, troviamo la summa di tutte le tematiche tipiche della narrativa dickiana: l’impossibilità di definire la realtà entro canoni oggettivi, l’abuso di droghe, la paranoia, la denuncia del capitalismo pervasivo, il fascismo palese o latente, il ricorso alle arti quale forma di elevazione spirituale, i poteri paranormali (che rendono tutt’altro che supereroi chi li possiede), il misticismo tecnologico, l’inadeguatezza nel rapportarsi con le persone e soprattutto con le donne… e tanto altro. Descriverne la trama non è impresa semplice. Sostanzialmente, siamo alle prese con una serie di personaggi che si muovono in una società altamente competitiva, dove alcune multinazionali si contendono il ricco mercato delle forniture per le colonie marziane. Tra queste, opera l’azienda presieduta da Teo Bulero, per la quale lavora Barney Mayerson, un impiegato dotato di facoltà precognitive. L’azienda di Bulero è specializzata nella realizzazione di accessori per il mondo in miniatura della bambola Perky Pat (già protagonista del racconto “I giorni di Perky Pat“, che precede di circa un anno il romanzo), giocattolo del tutto simile alle Barbie della Mattel, utilizzato dai coloni marziani, per lo più adulti, quale strumento di evasione dalla misera realtà che li circonda. Per far ciò ricorrono all’utilizzo del Can-D. Si tratta di una droga, anch’essa distribuita, sottobanco, dall’azienda di Bulero, che immerge i suoi utilizzatori in una realtà allucinatoria ambientata nel mondo di lussi e piaceri “californiani” della bambola Perky Pat.
Philip K. Dick, Le Tre Stimmate di Palmber EldritchAd ingarbugliare il tutto, realtà compresa, irrompe nella storia l’avventuriero Palmer Eldritch, una sorta di cyborg dotato di occhi elettronici, mascella di metallo e braccio robotico (le tre stimmate del titolo), di ritorno dal sistema di alfa Centauri, nel quale è venuto in possesso di una nuova droga di provenienza aliena: il Chew-Z. Quest’ultima, a differenza del Can-D, promette un’immersione definitiva in un mondo creato a proprio piacimento da chi ne fa utilizzo, dove poter sperimentare qualsiasi esperienza, e dove Palmer Eldritch appare quale sorta di divinità (non si capisce bene se bonaria o malefica, terrestre o aliena) che tutto vede e tutto governa.
Quando Dick scrisse LTSDPE, nel bel mezzo degli anni ’60, in tanti credettero a una trasposizione romanzata delle sue esperienze con LSD, droga che fino a quel momento in realtà non aveva ancora sperimentato, ma della quale conosceva gli effetti per via della letture di articoli e saggi, tra i quali quelli di Aldous Huxley. Consumava invece abbondanti dosi di anfetamine, che unite alla privazione del sonno – era capace di scrivere per giorni interi, senza interruzione – gli causavano intense esperienze allucinatorie. Una di queste aveva per oggetto qualcosa di molto simile al gigantesco volto di Palmer Eldritch, stagliato nel cielo, probabile riemersione del ricordo del padre che, in tenera età, lo terrorizzò indossando una maschera antigas della prima guerra mondiale.
In poco più di duecento cinquanta pagine Dick riesce a immergerci nel suo mondo psichedelico, nelle sue invenzioni, nella sua sfolgorante fantasia paranoide e allucinatoria. Un concentrato di idee geniali e strampalate, per ognuna delle quali qualsiasi altro scrittore avrebbe ricavato un romanzo a se stante. Dick invece riesce a mescolare il tutto, mostrandoci come sia possibile “creare un universo che non cada a pezzi dopo due giorni (cit.)”.
Opera fondamentale: se non l’avete ancora letto, fatelo. Altrimenti siete Palmer Eldritch.

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