Apple: iniziata la parabola discendente?

iPhone 8 concept by ConceptsiPhoneApple viene percepita come un’azienda dalle dimensioni talmente importanti che la si potrebbe iscrivere a pieno titolo in quel ristretto gruppo di aziende che, per quanto possano attraversare periodi di crisi, anche forti, sembrano al riparo da qualsiasi possibilità di fallimento. Parlo di IBM, ad esempio, o delle grandi case automobilistiche, delle sette sorelle petrolifere, delle multinazionali del tabacco, della Monsanto. Aziende che soltanto importanti sconvolgimenti (sociali, ambientali, economici, ecc.) possono comprometterne l’esistenza. E quando parlo di “importanti sconvolgimenti”, mi riferisco a qualcosa di apocalittico.
Non posso tuttavia non notare quanto le cose, nella casa della mela morsicata, sembra stiano prendendo una piega abbastanza preoccupante. Cosa me lo fa pensare? La totale mancanza di novità che da almeno un paio d’anni caratterizza le sue famiglie di prodotti.
Vediamo di approfondire.
1) iPhone e iPad vengono costantemente aggiornati, ma alla fine rimangono sempre uguali a se stessi. L’aggiornamento più importante l’hanno ricevuto i tablet, con l’introduzione dei modelli Pro, che tuttavia non sembrano riscuotere il successo che ci si aspettava. Dovrebbero rappresentare una sorda di “via di mezzo” tra tablet e notebook, mentre in realtà sono soltanto degli iPad con penna e tastiera (tra l’altro vendute a parte e a caro prezzo). Certo, divertenti da usare, anche produttivi, ma alla fine prodotti così, anche se molto meno evoluti, esistevano vent’anni fa. E, provare per credere, un tablet con tastiera non potrà mai sostituire in tutto e per tutto un notebook. Già dover staccare le mani dalla tastiera per via della mancanza di un touch pad, ed essere costretti a lavorare con le dita sullo schermo mentre si tiene il tablet sulla scrivania o, in qualche modo, sulle ginocchia risulta abbastanza scomodo. E snervante, a dirla tutta.
Molto meglio si comportano, da questo punto di vista, i 2 in 1 o i convertibili basati su Windows 10. Computer a tutti gli effetti che, volendo, possono essere utilizzati come tablet.
Direte: “Si, ma per cazzeggiare sul divano o a letto molto meglio un iPad piuttosto che un Surface di Microsoft o altro 2 in 1 simile”. Vero: infatti tanto vale un tenersi un iPad Air 2 per fare tutto ciò e lasciare il lavoro serio ad appannaggio dei notebook con windows o ai MacBook. Per come la vedo io non dovrebbe esserci distinzione tra iPad Air e iPad Pro, ne tecnica ne di prezzo. In sostanza, il prodotto dovrebbe essere uno soltanto (col display di due o tre misure differenti), e lasciare all’utente la possibilità di scegliere di utilizzarli con tastiera e penna (che dovrebbe essere offerta in bundle). Infine, un file manager vero non guasterebbe: chi lavora su suite di prodotti di tipo Office sa di cosa parlo…
2) …Così però gli iPad non sarebbero troppo dissimili dai Mac Book, e qui casca l’asino. Fino a qualche anno fa i MacBook rappresentavano quel genere di dispositivi che facevano esclamare Wow! agli utenti Windows, quando gliene capitava qualcuno tra le mani. Ora non più: oggi la maggiore novità nel mercato è rappresentata dai convertibili e dai 2 in 1 con digitalizzatore. Quelli si che fanno esclamare Wow!, altro che la barra oled dei nuovi MacBook. Che nel frattempo hanno perso definitamente la guerra in fatto di dimensioni contenute e leggerezza abbinata a materiali di qualità e prestazioni adeguate. HP, Lenovo, Asus e Dell sembrano di riuscire fare molto meglio da questo punto di vista. In sostanza, Apple evita scientemente di creare un 2 in 1 con digitalizzatore e sistema operativo OS x proprio per non fare concorrenza interna ai suoi iPad, e non perché il mercato non lo richieda.
3) Gli iPhone continuano ad essere i migliori smartphone sulla piazza: facili da usare, belli esteticamente, prestanti, ben bilanciati, con un’infinità di accessori, app e servizi a disposizione. Ma il progetto è fermo, da tre generazioni sempre uguale a se stesso, salvo quelle poche novità introdotte col contagocce ogni 12 mesi. Fortunatamente per Apple l’universo Android non sembra riuscire a proporre alternative universalmente considerate all’altezza del suo prodotto di punta. È vero: ci sono smart phone con batterie e autonomia migliori, con maggior risoluzione dello schermo, migliori cam, design da urlo… Ma è un po’ come dire che la Bugatti è meglio della Ferrari. Si, corre di più, ma la maggior parte delle persone gli preferirà sempre una Ferrari.
A quanto pare le vere novità verranno introdotte con l’iPhone 8. Si parla di schermi Oled edge to edge, ossia senza cornici, di ricarica wireless e impermeabilità ulteriormente migliorata. A me tali novità non impressionano – personalmente avrei preferito uno schermo infrangibile e una scocca facilmente sostituibile – tuttavia rappresentano un passo avanti ben più marcato rispetto ai passaggi do consegne tra iPhone 6, 6s e 7. Purché non venga adottata la politica dei prezzi che ha caratterizzato l’affiancamento dei modelli pro agli iPad standard. Diversamente ho paura che le vendite ne risentiranno di conseguenza.
4) Apple Store e iTunes macinano utili che la concorrenza neanche si sogna, ma da questo punto di vista Apple sembra aver perso il treno dei servizi streaming. La creazione di realtà importanti come Spotify e Netflix, dal punto di vista tecnologico, erano ampiamente alla portata di Apple, che tuttavia ha preferito lasciare iTunes immutato, salvo poi affiancargli frettolosamente Apple Music, con scarso successo. Per quanto riguarda la proposta di un servizio simile a Netflix, invece, siamo ancora in alto mare, e non è che la cosa sia poi questa grande tragedia. Di fatto, nessuno sente l’esigenza di un servizio di video streaming targato Apple.
5) Mentre l’iPod sembra ormai inesorabilmente destinato a sparire, si può affermare che Apple TV, Mac e soprattutto Apple Watch rappresentino prodotti di nicchia, probabilmente realizzati in perdita. È vero che quello di Apple è lo smart watch più venduto in assoluto, ma alla fine, se non fosse per l’ecosistema nel quale è inserito, risulta essere inferiore, dal punto di vista estetico e tecnologico, a molti prodotti offerti dalla concorrenza. E, soprattutto, non viene percepito come indispensabile. Io ne ho avuto uno in prova per una quarantina di giorni, prestato da un’amico che non aveva voglia di portarselo appresso durante un viaggio all’estero. Si, può sembrare utile e divertente tenerlo al polso, ma quando l’ho restituito non mi è passata minimamente per la testa l’idea di chiedergli di vendermelo, visto che comunque aveva deciso di disfarsene.

Dopo questo lungo excursus non voglio anch’io cadere nel luogo comune che attribuisce alla dipartita di Steve Jobs la causa di un possibile futuro ridimensionamento di Apple, ma non posso far finta di ignorare il suo coraggio di osare e la capacità di anticipare i tempi, e di saperlo fare nel momento giusto. Perché, se vogliamo, questa è la vera mission di Apple: offrire ciò che nessun concorrente riesce a immaginare. Saranno ancora capaci di farlo?

PS: Con questo articolo riprendo ad occuparmi con regolarità di tecnologia e elettronica di consumo, come facevo una decina d’anni fa, quando da queste parti capitava di veder passare un migliaio di utenti al giorno: qualcosa in più rispetto ai 150 mensili di oggi. Lo faccio perché 1) mi piace; 2) è – in parte – il mio lavoro. Non credo di riuscire a pubblicare un articolo al giorno, come facevo all’epoca, alzandomi alle 5.30 del mattino, tuttavia almeno uno a settimana proverò a imbastirlo. E chi vivrà vedrà…

The Man in the Hight Castle – Amazon Video

Devo dirlo: superate le prime due o tre puntate, The Man in the Hight Castle s’è rivelata una gran bella serie, a tratti ottima. E, tutto sommato, abbastanza fedele rispetto al romanzo, al netto di alcuni adattamenti probabilmente indispensabili per una resa migliore su schermo.
Manca forse il protagonista forte, carismatico. Tuttavia vale la pena arrivare all’ultima puntata, anche soltanto per le emozioni che possono scaturire dalla visione di alcune sequenze, talmente forti e fedeli che paiono balzare fuori direttame dalle pagine del libro, così come Dick le aveva immaginate.

The man in the hight castle

Kim Stanley Robinson – Il Rosso di Marte

Ho già scritto altre volte che i miei ritmi di lettura negli ultimi anni sono calati vertiginosamente, ragion per cui preferisco dedicarmi alla lettura di romanzi dalle dimensioni “umane”. Ciò non vuol dire che non possa capitarmi di affrontare la lettura di mattoni da mezzo chilo (virtuale, visto che leggo ormai soltanto ebook), ma deve trattarsi di una lettura quantomeno doverosa, di cui non posso proprio fare a meno.
Il Rosso di Marte, di Kim Stanley Robinson è un romanzo di circa 600 pagine nella versione cartacea. Nulla di insormontabile, per un lettore medio, ma abbastanza pesante se non si tiene un ritmo di lettura adeguato. Anche perché, bisogna dirlo, l’autore spesso si dilunga in interminabili descrizioni di paesaggi, percorsi, trasferimenti che mal si adattano a una lettura discontinua: e questo è il difetto n.1.
Il secondo difetto l’ho trovato nelle tante sotto trame fuori genere, dal romanzetto rosa alla spy story da discount, che seppur ben integrate rispetto alla tematica fantascientifica principale, a me sono sembrate scritte da un dilettante alle prime armi.
Peccato, perché per il resto Il Rosso di Marte è in buona parte un gran bel romanzo di vera Fantascienza, con la effe maiuscola. Speculazione scientifica, sociale, politica e perfino economica vengono ampiamente trattati, e anche se con qualche forzatura qua e la, il tutto pare rigorosamente plausibile.
La caratterizzazione dei personaggi invece, benché sufficientemente dettagliata, a volte sembra di stampo fumettistico, tanto da cadere spesso in una vera e propria stereotipizzazione.
Il Rosso di Marte è un romanzo corale, con tanti protagonisti e altrettanti punti di vista: a volte è difficile tenerli a mente tutti quanti. Non siamo ai livelli dei 400 personaggi di un romanzo di Pynchon, ma neanche della decina di protagonisti di Noi Marziani (per rimanere sullo stesso pianeta), di Dick. Forse sarebbe stato utile poter contare in un’appendice contenente l’elenco dettagliato di protagonisti e comprimari, accompagnato da una cartina di Marte con indicate la posizione di tutti gli insediamenti di cui si parla nel libro.
Il romanzo è parecchio descrittivo, quasi un saggio romanzato, e i dialoghi sono ridotti allo stretto necessario.
Le vicende partono dal viaggio dei primi cento coloni marziani, in gran parte russi e americani (è stato pubblicato pochi anni dopo la caduta del muro di Berlino) a bordo di un’astronave tecnologicamente del tutto plausibile rispetto a quanto si ipotizzava nei primi anni 90*. I primi capitoli sono dedicati al lungo viaggio Terra-Marte e alla presentazione dei personaggi principali. Personaggi che dopo lo sbarco si dedicheranno alla costruzione dei primi insediamenti e alla risoluzione dei problemi dovuti all’ambiente ostile. Seguiranno gli inevitabili scontri politici e ideologici tra chi vede in Marte un mondo da esplorare, capire e preservare, e chi invece punta a una vera e propria colonizzazione massiva con tanto di terraformazione e sfruttamento economico delle risorse minerarie.
Il Rosso di Marte di Kim Stanley RobinsonSeguiranno nuovi sbarchi, la formazione di nuovi gruppi culturalmente e etnicamente distinti, fino ai primi inevitabili scontri, che sfoceranno in… E qui mi fermo, altrimenti rischio di spoilerare troppo.
Se il libro mi è piaciuto? Arrivato a fine lettura nel Kindle è subito comparsa la pubblicità de Il Verde di Marte (secondo tomo della trilogia, che comprende anche Blue Mars, inedito in Italia), e io non ho esitato a finalizzare l’acquisto, anche per via del prezzo in promo di 1.99€…
Quindi si, m’è piaciuto. Molto? No, il giusto, quel tanto che basta farmi andare avanti nella lettura della trilogia, il che non è poco visto che io non amo le serie.

PS: Il Rosso di Marte è stato scritto nei primi anni 90, quindi non troppo tempo fa. Purtroppo, nonostante si tratti di un romanzo relativamente moderno, riporta degli anacronismi tecnologici abbastanza fuori tempo. Ad esempio, si usano le videocassette, non esiste internet (per come lo conosciamo oggi), non esistono comunicazioni cellulari diverse da normali contatti radio. Premesso che non si possono prevedere tutte le evoluzioni tecnologiche, faccio notare che le tecnologie del mio esempio sono state adottate massivamente pochi anni dopo, se non addirittura mesi, rispetto al periodo in cui è stato scritto il romanzo.
Sono dell’idea che alcune correzioni l’autore stesso (che è in vita e gode, immagino, di buona salute) le avrebbe potute includere in una edizione “modernizzata”, visto che la trilogia continua ad essere letta e stampata in tutto il mondo.

Andromeda, rivista on line in versione cartacea… e ci sono anch’io!

copertina AndromedaE così venne il giorno in cui il buon Alessando Iasci riuscì a pubblicare la versione cartacea della prestigiosa rivista on line Andromeda.
Rivista per la quale posso farmi vanto di curare la rubrica Distopie e Apocalissi Italiane del XXI Secolo.
La rivista, un bel volume da ben 240 pagine, sarà disponibile all’acquisto dal prossimo 15 dicembre. Ci si potrà rivolgere al sito dell’editore Ailus scrivendo alla mail: info@ailuseditrice.it. Il prezzo previsto è di 12€ a copia.
La rivista sarà divisa in due parti: una saggistica ricca di approfondimenti, rubriche, recensioni, e interviste, dove compare il mio articolo dedicato a “La ragazza di Vajont” (2008) di Tullio Avoledo; nella parte dedicata ai racconti verranno proposti alcuni dei migliori autori di fantascienza Italiani: Dario Tonani, Donato Altomare, Alessandro Forlani, Andrea Viscusi, Maico Morellini, Ezio Amadini e Silvia Treves. I racconti sono stati illustrati dall’artista Gino Carosini. La rivista conterrà, inoltre, illustrazioni di Musiriam, Angelo Campagna e del disegnatore bonelliano Sergio Giardo, autore della bellissima copertina.

Michele Vaccari – L’Onnipotente

Questo articolo è stato scritto originariamente il 24 giugno 2011 e oggi – ottobre 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Ai tempi in cui lessi questo L’Onnipotente, pubblicato nel 2011 da Laurana Editore  e attualmente ultima opera letteraria di Michele Vaccari, mi chiesi se nella lettura avessi profuso la dovuta attenzione. Arrivato all’ultima pagina, infatti, rimasi perplesso, con l’amaro in bocca.
Trascorso ormai qualche anno, e “ispirato” dalla messa in onda su Sky del serial The Young Pope, diretto da Paolo Sorrentino, mi sono tornate in mente tutte quelle potentissime immagini, sapientemente descritte dal giovane scrittore genovese, che in qualche modo mi hanno riportato all’opera del celebre cineasta napoletano.
Grazie a una spiccata e originale padronanza della lingua italiana, Vaccari è capace di riversare nelle pagine tutta una serie di descrizioni e dialoghi che rimangono impressi nella mente del lettore, come se si stesse assistendo a un’opera visiva e non letteraria. Nel far questo, Vaccari eccede nell’utilizzo di uno stile abbastanza pesante e pomposo. Periodi interminabili, spesso senza punteggiatura, con iperboli linguistiche che si aggrovigliano apparentemente senza capo né coda, salvo poi dover tornare indietro per riprendere il filo del discorso e costatare che, nonostante tutto, la profusione di parole e frasi rimane perfettamente in piedi, ma in equilibrio precario. Oppure, come credo di aver fatto in qualche occasione, si passa avanti e pazienza se non si è colto il senso.
Alla fine la storia risulta interessante, finanche coinvolgente, e i protagonisti vengono ben caratterizzati, anche se a volte paiono troppo caricaturali, eccessivi.
L’Onnipotente narra le gesta – appunto – di un potente, figlio di potenti, che ambisce al soglio di Pietro, massima aspirazione per chi ha nell’ambizione, nell’attitudine al comando e nella brama di potere la propria ragione d’essere. Diventare Papa per governare le coscienze dei fedeli e, in prospettiva, il mondo intero.
Per far questo il protagonista mette scientemente da parte la sua di coscienza. Cosa che per altro gli viene facile, poiché sembra non averne mai avuta una realmente cristiana. Tutto suo padre: politico di razza che persegue il fine e si sbarazza dei mezzi.
E così Santo Bustarelli, nome chiaramente allegorico, al fine di perseguire il suo scopo, mette da parte qualsiasi tipo di scrupolo, portando avanti dentro le mura vaticane e in un’Italia i cui giovani sono persi tra alcol, droga, sesso e degenerazione, una malcelata politica di prevaricazione, eliminazione dell’avversario e circuizione delle anime fragili. Tecniche di evidente ispirazione mafiosa, mutuate dalla malavita più spietata e dalla politica più corrotta. Senza negarsi, neanche lui, qualsiasi tipo di eccesso e dissoluzione.
Provate a leggerlo, ma con attenzione.

Philip K. Dick – La Ragazza dai Capelli Scuri

Sono da sempre un appassionato lettore di Philip K. Dick, scrittore al quale arrivai dopo aver passato qualche anno della mia vita leggendo tutta la produzione fantascientifica di Asimov e un bel po’ di Urania a casaccio. Non ricordo se il mio primo libro di Dick fu un’antologia di racconti o il romanzo Il Cacciatore di Androidi, ma oggi, a quasi venticinque anni di distanza, posso dire di aver letto quasi tutta la sua produzione, ad eccezione di qualcuno dei suoi romanzi mainstream di recente pubblicazione.  Un paio di romanzetti trascurabili, di quelli che scriveva mentre tirava a campare mangiando carne di cavallo destinata all’alimentazione animale, li ho iniziati e non finiti, ma al netto di queste poche eccezioni, si tratta comunque di alcune decine di libri, molti dei quali letti e riletti in edizioni differenti.
Ne La Ragazza dai Capelli Scuri abbiamo a che fare con una delle tante opere minori scritte da Dick,  pubblicata postuma, per la prima volta qui in Italia in questa unica (e scarna) edizione Fanucci. Si tratta di una raccolta di lettere, saggi e altri scritti (non tutti inediti) dove Dick, oltre a trattare i soliti argomenti a lui cari (percezione della realtà, religione, androidi…), illustra – in forma epistolare, in una serie di lettere scritte nei primi anni settanta – il suo rapporto con le tante Dark Haired Girl che incrociarono la sua esistenza.
In particolare, le lettere vennero scritte durante un periodo in cui la vita dello scrittore californiano andava letteralmente a rotoli, tra abuso di droghe, frequentazioni pericolose, crisi creativa, divorzi improvvisi e tentativi di suicidio. Protagoniste o destinatarie di tali lettere, oltre al padre e qualche amico, sono le ragazze del titolo, tutte giovanissime, psicologicamente e fisicamente fragili, dalla personalità spigolosa e dai lunghi capelli scuri.
Philip K. Dick La Ragazza dai Capelli ScuriRagazze alle quali Dick si è sempre attaccato morbosamente, in relazioni difficili che poco hanno a che fare con l’attrazione sessuale o il desiderio di possesso o prevaricazione, ma che molto invece devono alla estrema insicurezza e alla lucida follia di una persona decisamente border line.
Dick inviò le lettere al suo editore nel tentativo di convincerlo a pubblicarle come se si trattasse di un unico romanzo, in un periodo in cui la sua produzione letteraria si era completamente azzerata. Il tentativo fallì e la raccolta rimase inedita fino alla riproposizione postuma a cura di Paul Williams, che scrive l’introduzione all’opera, affiancata in questa edizione da quella – ottima – di Carlo Pagetti.
Ho letto il libro in formato elettronico e, come ho accennato all’inizio, quando parlo di edizione scarna, devo dire di essere rimasto deluso dalla mancanza di tutte quelle informazioni che dovrebbero accompagnare questo tipo di pubblicazioni. Le lettere non hanno data, spesso vengono proposte senza soluzione di continuità, attaccate l’una all’altra, e il destinatario lo si legge o lo si intuisce tra le righe. Pochissime le note (un paio in tutto) per un libro che – specie se si conosce poco l’opera di Dick – ne avrebbe dovuto contenere a decine.
Nonostante questo, un vero appassionato di Dick non può non leggere La Ragazza dai Capelli Scuri: vale sicuramente la pena.

Luca Doninelli, Le Cose Semplici

Questo articolo è stato scritto originariamente il 5 gennaio 2016 e oggi – settembre 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Erano i primi giorni di novembre dello scorso anno quando, grazie a una semplice ricerca su Google, mi imbattei casualmente in questo romanzo. Sul momento non mi accorsi del fatto che si trattava di una nuova uscita, pubblicata da Bompiani da poco più di un mese, e visto lo scarso numero di recensioni su Amazon, oltre al fatto di non averne mai sentito parlare, pensai che probabilmente il libro non avesse avuto nessun successo commerciale e fosse stato snobbato dalla critica. Poco male: letta la sinossi decisi di scaricarne l’estratto.
Fin dalle prime righe notai che il libro era scritto benissimo , con uno stile semplice ma non per questo “povero”. Grazie a un’altra breve ricerca vengo a sapere che Luca Doninelli, giornalista che scrive su testate che solitamente non leggo, ha vinto in passato un Campiello e un Grinzane Cavour, il che non è detto sia una garanzia, ma insomma…
Finalizzai l’acquisto senza rendermi conto che si trattava di un mattone da 840 pagine. E per fortuna, aggiungo, altrimenti – spaventato dalla mole – avrei anche potuto lasciar perdere. Purtroppo non leggo più come una volta, e salvo vacanze e occasionali tempi morti, mandar giù 840 pagine leggendo esclusivamente a letto e durante qualche altro momento intimo sul quale è meglio non dilungarsi, equivale a dire che ci sarebbe voluto grossomodo un mese e mezzo per arrivare all’ultima pagina.
Invece ci sono voluti meno di trenta giorni e alla fine non s’è rivelata, tutto sommato, una lettura faticosa. Vero è che su Facebook mi ricordo di aver scritto un “Ma che fatica!”, riferito alle prime 3/400 pagine, ma s’è trattato di un’esclamazione dettata dall’aver perso l’abitudine ad affrontare romanzi così lunghi.
Il libro è scritto in forma di quaderni di memorie, con capitoli brevi e spesso scollegati l’uno dall’altro, se non con i rimandi affidati ai ricordi del protagonista/narrantore.
Provo a sintetizzare la storia: ci troviamo in un futuro apocalittico – ambientato inizialmente a Milano e Parigi, e dalla metà in poi in gran parte negli USA -, grossomodo a ventidue anni da oggi, in una Terra che deve fare i conti col crollo della civiltà dovuto all’evoluzione iperbolica dell’attuale crisi economica. Crisi che sfocerà in un progressiva quanto repentina interruzione delle trasmissioni audio e video, delle comunicazioni, dell’erogazione di elettricità, della disponibilità di petrolio e carburanti. Seguiranno un breve periodo in preda alla barbarie e una successiva stabilizzazione verso una convivenza pacifica ma non priva di rischi. Questa è l’ambientazione, ma il romanzo in realtà racconta soprattutto la storia d’amore tra il protagonista e un genio della matematica: una ragazza francese di famiglia strettamente cattolica, appena quindicenne nel giorno del loro primo incontro. Lui giovane laureato di estrazione borghese e lei già docente alla Sorbona. Storia d’amore che li condurrà all’altare non appena lei raggiungerà la maggiore età, e interrotta pochi anni dopo dal sopraggiungere improvviso dell’apocalisse.

“Ci fu un preciso momento (nessuno saprebbe dire quale) in cui quelli che avevano pensato di controllare il mondo decisero di mandarlo al diavolo”

Lei si ritroverà da sola negli Stati Uniti, e li darà il via a una sorta di utopia grazie alla quale la civiltà potrà continuare – forse – ad avere un futuro, mentre lui nel frattempo si trova intrappolato in una Milano in rovina, tra orrori e barlumi di speranza. Qui inizierà a scrivere i suoi quaderni, nei quali racconterà le vicende della sua famiglia (romanzo nel romanzo), della sua relazione con una ragazza anch’essa conosciuta da bambina, figlia di una sua ex amante, poi ritrovata adulta dopo l’apocalisse e con la quale concepirà un figlio: non l’unico…
Se vado avanti rischio di rivelare troppe cose, ma va detto che Le Cose Semplici non è un solo romanzo: sono tante storie, tante vite, tanti dialoghi sapientemente e magnificamente costruiti. Dialoghi che trattano di letteratura, religione, filosofia, politica. Dialoghi caratterizzati da una sottile ironia di fondo, a tratti spassosa.
Non è facile per me recensire questo libro: i temi trattati sono così tanti e così “importanti” che potrei non avere una preparazione culturale sufficiente per scriverne come si deve.
Ho letto qualche altra recensione de Le Cose Semplici. Qualcuno è arrivato a dire che è il romanzo italiano più importante del 2015. E siccome, nonostante l’autore non sia uno scrittore di genere, si tratta a tutti gli effetti di un romanzo di fantascienza distopica (ma anche, come già detto, utopica), mi sembra strano, molto strano, che nell’ambiente della SF nostrana non se ne sia parlato per nulla.
Dimenticavo: preso dall’entusiasmo mi sono scordato dei difetti, che pure ci sono. Uno su tutti il finale, carino ma non all’altezza del resto. E poi ho trovato eccessiva la brevità delle storie narrate nelle ultime cento pagine. Ma su questi due punti si può e si deve sorvolare.

Nicolò Ammaniti, Anna

Questo articolo è stato scritto originariamente il 28 ottobre 2015 e oggi – agosto 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Chiariamolo subito: questa è pura e semplice Fantascienza. Certo non fantascienza hard, di quella che chi è poco avvezzo alla materia di solito s’immagina caratterizzata dai soliti luoghi comuni: gli alieni, le astronavi spaziali, la matrice, i mutanti con i super poteri e le macchine che volano. Ma come volete chiamare – voi critici che sapete tutto – un romanzo dove un virus stermina l’umanità intera e risparmia i bambini? Dico questo perché sia l’Autore (comprensibilmente, poi spiego perché), sia tutti i recensori con la puzza sotto il naso hanno fatto di tutto per evitare di includere questo romanzo in quel genere narrativo che in Italia uccide sul nascere ogni speranza di successo commerciale: la Fantascienza, appunto. E mentre a uno scrittore che campa dalle vendite dei propri libri tale rimozione – più o meno inconscia – può essergli perdonata, non si capisce perché chi recensisce sui grandi quotidiani nazionali e in TV eviti di pronunciare la parola Fantascienza, quasi come una bestemmia in chiesa. Tipico atteggiamento marchettaro italiota, immagino. In aggiunta, si può dire che qui da noi la SF, a parte quella nobile anglosassone, non se la fila quasi nessuno, salvo qualche rara eccezione, spesso rappresentata dai soliti finti-intellettualoidi che citano Dick senza averlo mai letto.
Fine dell’introduzione polemica.
Ricominciamo daccapo: Anna è un romanzo di fantascienza apocalittica… molto bello: giudizio a bruciapelo che mi sento di spendere subito. La storia è ambientata in Sicilia, in un futuro prossimo socialmente e tecnologicamente indistinguibile dal nostro presente. Una variante del virus dell’influenza, che causa una malattia mortale chiamata la Febbre Rossa, ha apparentemente sterminato l’intera popolazione adulta del pianeta. Dico apparentemente perché i sopravvissuti, tutti giovani ragazzi e bambini, immuni al contagio fino alla pubertà, ignorano cosa ci sia dall’altra parte dello stretto. Ciò che è certo è che non viene più erogata l’energia elettrica e di conseguenza non funziona qualsiasi forma di comunicazione basata sulla tecnologia, il che rende impossibile capire cosa succede nel resto del pianeta. La protagonista, che presta il nome al titolo del romanzo, è Anna, adolescente in fase prepuberale dal carattere forte, intelligente e dotata di quel minimo di istruzione – lascito di una madre saggia e consapevole – che si rivelerà indispensabile per sopravvivere nel nuovo mondo. Insieme a suo fratello Astor e all’amico Pietro, i tre cercheranno di attraversare la Sicilia, evitando le comunità di violenti ragazzini adoratori della Picciridduna, sorta di divinità feticcio dai poteri miracolosi, e il branco di bambini cacciatori ancora più piccoli e dal linguaggio primitivo.
Anna di Nicolò AmmanitiNel lungo viaggio on the road attraverso l’isola sicula, Anna, coraggiosa e determinata come la quasi omonima Hanna cinematografica interpretata da Saorsie Ronan (alla quale Ammaniti pare essersi ispirato non poco), dovrà ricorrere a tutte le sue forze per sopravvivere in un mondo di macerie e violenza, difendere il fratello psicologicamente debole, e cercare di sbarcare in terra di Calabria, alla ricerca di qualche “adulto” o di quello che, rivelatole segretamente, potrebbe essere il bizzarro antidoto alla Febbre Rossa.

Il libro è lungo il giusto e si legge bene, e non viene mai voglia di interrompere la lettura. Un certo umorismo fa da sfondo alla vicenda, a tratti drammatica e mai volgare. Il finale è molto bello, da pelle d’oca. Infine, l’hanno detto tutti e lo dico anch’io, evidenti sono i riferimenti al Signore delle Mosche di Golding e a The Road di McCharty. Aggiungo una curiosità: a un certo punto c’è un passaggio nel romanzo che sembra copiato spudoratamente da una scena del film The Signs, di M. Night Shyamalan. Ma credo di averlo notato soltanto io…

Alessandro Vietti – Real Mars

Vuoi per il lavoro, la famiglia, gli impegni e un feeling col romanzo che non è scattato da subito, ho impiegato una vita a leggere e portare a termine questo Real Mars, romanzo di fantascienza sociologica scritto da Alessadro Vietti e edito dai “ragazzi” di Zona 42.
Perché il feeling non è scattato, nonostante i temi proposti, particolarmente intriganti? Perché Vietti usa, volutamente e giocoforza, una tecnica di scrittura “televisiva”, ricca di “inquadrature“, cambi di scena, alternanza e moltiplicazione dei punti di vista. Peccato che, per come la vedo io, tutto ciò che è assimilabile al linguaggio televisivo è per sua natura forzatamente innaturale. Tale caratteristica mi ha impedito di “immergermi” nel contesto narrativo, ragion per cui ho vissuto la storia come, appunto, se l’avessi vista in TV. Caratteristica – va detto – che è stata giudicata in modo estremamente positivo da un buon numero di recensori. Punto primo.
Secondo: dopo poche pagine ero già in overdose da similitudini, figura retorica – sorella “povera” della metafora – che Vietti dispensa abbondantemente, tanto che non sono infrequenti i periodi che ne contengono addirittura una paio, come questo:

“Dopo una sola domanda, la Renard si alza ed esce come una che deve correre in bagno, sottraendosi alla ridda di domande che si solleva dalla platea come un’oda anomala.”

Il “come un’onda anomala” è evidentemente di troppo, perché non serve a figurare l’immagine della “ridda” di domande che si “solleva” dalla platea. Ridda e solleva sono più che sufficienti, per non dire perfetti, per farti immaginare la scena, mentre “come un’onda anomala” – dopo che la similitudine l’hai già usata per la Renard che si alza e esce “come una che deve correre in bagno” – appesantisce il testo. Un inutile ricamo. Sembra quasi di leggere il testo di una canzone rap.

A questo punto penserete che il romanzo non mi sia piaciuto. Falso. I romanzi che non mi piacciono, semplicemente, io li abbandono. Posso andare avanti per qualche capitolo, o addirittura superare la metà del libro. Ma se non mi piace non lo finisco, e la cosa mi è capitata centinaia di volte. Di Real Mars invece sono arrivato a leggere la parola fine, con tanto di commozione e brividi lungo la schiena. Il perché è presto detto: la storia acchiappa. Cattura l’attenzione del lettore. Coinvolge. Intriga.
Ci si affeziona ai personaggi principali, meno a quelli di contorno, e le tante microstorie che Vietti dispensa lungo le 320 pagine della versione cartacea a volte distraggono, ti fanno perdere il binario della narrazione. Ma durano poco, e ti ritrovi  nuovamente a seguire le vicende del comandante Kostantin Beznosov, della fragile biologa Therèse Fernandez, dell’avvenente chimica e geologa Ulrike Reimann e dell’affascinante ingegnere Ettore Lombardi. Sono loro i quattro astronauti imbarcati nell’astronave Europe 1, scelti per la prima missione umana verso il pianeta Rosso organizzata dall’ESA e finanziata con i capitali privati del reality Real Mars, reality di cui l’equipaggio è il protagonista assoluto. Selezionato in base alle rispettive competenze. Oppure grazie allo loro presenza scenica?

Real-Mars-Cop-663x900Tra le tante “comparse” troviamo personaggi televisivi e del jet set a noi familiari, vecchi di qualche anno, alternati a figure caricaturali facilmente riconoscibili. Vietti dispensa sapientemente perizia scientifica, colpi di scena e conoscenza del mezzo televisivo, il tutto condito con una buona dose di ironia, a volte sottile, spesso a buon mercato (specie se in abbinamento alle similitudini di cui sopra). Frequenti i cambi di prospettiva, il ricorso al linguaggio pubblicitario visto in chiave satirica – un po’ Dick e un po’ Brunner – e la speculazione sociologica. Sapientemente costruiti i dialoghi e, specie nel finale, viene reso molto bene lo spessore drammatico.

A proposito di finale: non so se farina del sacco di Vietti o di un sapiente intervento di editing, ma negli ultimi capitoli si assiste a un totale cambio di registro. Spariscono le similitudini hip hop per fare posto all’escalation drammatica del finale con brividi di cui ho parlato all’inizio. E proprio il finale, pur se un pelino sbrigativo, e la parte migliore di tutto il romanzo: vale la pena arrivarci.
Complimenti quindi a Alessandro Vietti e a Zona 42, casa editrice che investe nella fantascienza italiana e internazionale di qualità e che, sono sicuro, non smetterà di stupirci… A proposito di linguaggio televisivo.