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Tullio Avoledo – Chiedi alla Luce

Chiedi alla Luce, di Tullio Avoledo, è un romanzo bellissimo, giudizio che ho maturato gradualmente,  soprattutto dopo aver superato le prime cento pagine, quelle che mi sono servite per metabolizzare una storia dalle tematiche che di primo acchito potevano sembrare vagamente fantasy. Chiedi alla Luce – titolo stupendo mutuato da un verso del poeta Ovidio, uno dei tanti personaggi che affollano il romanzo – invece parla d’altro.
Parla del male che alberga nell’animo delle persone, e di quella scintilla di umanità che a volte si può nascondere nel cuore del più spietato dei carnefici, per quanto tale concetto sia difficile da accettare. E di autori di carneficine, in questo romanzo, ce ne sono tanti: dalla manovalanza nazista dei campi di concentramento, ai boia seriali delle purghe staliniane. Dalle atrocità commesse durante l’assedio di Budapest, all’eccidio di Misk e alla strage degli insorti della Comune di Parigi.
Il viaggio dell’Arcangelo Gabriele, l’Angelo Sterminatore incarnato tra fine del ventesimo e inizio del ventunesimo secolo nel corpo, nel cervello eroso dal cancro e nella psiche dell’archistar Gabriel, si snoda tra i luoghi delle carneficine di cui sopra. Viaggio geografico e temporale, tra Europa, Russia, Turchia e Penisola Arabica, e che finisce tra Pordenone e Venezia, in un continuo spostarsi tra i luoghi della memoria ormai compromessa di Gabriel, alla ricerca di una donna di cui soltanto alla fine conosceremo storia e destino, alle soglie di una fine del mondo che aleggia tra le pagine del libro come un evento incombente, ma del tutto a fuoco.
tullio avoledo chiedi alla luceRomanzo caleidoscopico, ricco di rimandi, amnesie e situazioni grottesche: cani e gatti che parlano, zingari millenari dalle origine classiche, angeli nascosti tra i mortali, cantanti uxoricidi, compagni di viaggio logorroici, oggetti e opere d’arte che attraversano il tempo e lo spazio. E poi le donne, donne fatali, bellissime e sensuali come tutte le donne dei romanzi Avoledo, nelle quali in qualche modo si rispecchia e cerca conforto tutta la fragilità del protagonista.
Quasi cinquecento pagine velate da malinconia e pessimismo, di tanto in tanto intervallate da quel sottile e cinico umorismo che fa capolino tra i dialoghi, brillanti e veri, dei protagonisti.
Non mancano infine incursioni su tematiche care allo scrittore di Pordenone: l’amore per la musica, la tecnologia, la poesia, l’arte. Il tutto condito in salsa vagamente postmoderna.
La sparo grossa: Avoledo è uno dei migliori scrittori italiani, e spiace che in tanti ancora non se ne siano resi conto.

Luca Doninelli, Le Cose Semplici

Questo articolo è stato scritto originariamente il 5 gennaio 2016 e oggi – settembre 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Erano i primi giorni di novembre dello scorso anno quando, grazie a una semplice ricerca su Google, mi imbattei casualmente in questo romanzo. Sul momento non mi accorsi del fatto che si trattava di una nuova uscita, pubblicata da Bompiani da poco più di un mese, e visto lo scarso numero di recensioni su Amazon, oltre al fatto di non averne mai sentito parlare, pensai che probabilmente il libro non avesse avuto nessun successo commerciale e fosse stato snobbato dalla critica. Poco male: letta la sinossi decisi di scaricarne l’estratto.
Fin dalle prime righe notai che il libro era scritto benissimo , con uno stile semplice ma non per questo “povero”. Grazie a un’altra breve ricerca vengo a sapere che Luca Doninelli, giornalista che scrive su testate che solitamente non leggo, ha vinto in passato un Campiello e un Grinzane Cavour, il che non è detto sia una garanzia, ma insomma…
Finalizzai l’acquisto senza rendermi conto che si trattava di un mattone da 840 pagine. E per fortuna, aggiungo, altrimenti – spaventato dalla mole – avrei anche potuto lasciar perdere. Purtroppo non leggo più come una volta, e salvo vacanze e occasionali tempi morti, mandar giù 840 pagine leggendo esclusivamente a letto e durante qualche altro momento intimo sul quale è meglio non dilungarsi, equivale a dire che ci sarebbe voluto grossomodo un mese e mezzo per arrivare all’ultima pagina.
Invece ci sono voluti meno di trenta giorni e alla fine non s’è rivelata, tutto sommato, una lettura faticosa. Vero è che su Facebook mi ricordo di aver scritto un “Ma che fatica!”, riferito alle prime 3/400 pagine, ma s’è trattato di un’esclamazione dettata dall’aver perso l’abitudine ad affrontare romanzi così lunghi.
Il libro è scritto in forma di quaderni di memorie, con capitoli brevi e spesso scollegati l’uno dall’altro, se non con i rimandi affidati ai ricordi del protagonista/narrantore.
Provo a sintetizzare la storia: ci troviamo in un futuro apocalittico – ambientato inizialmente a Milano e Parigi, e dalla metà in poi in gran parte negli USA -, grossomodo a ventidue anni da oggi, in una Terra che deve fare i conti col crollo della civiltà dovuto all’evoluzione iperbolica dell’attuale crisi economica. Crisi che sfocerà in un progressiva quanto repentina interruzione delle trasmissioni audio e video, delle comunicazioni, dell’erogazione di elettricità, della disponibilità di petrolio e carburanti. Seguiranno un breve periodo in preda alla barbarie e una successiva stabilizzazione verso una convivenza pacifica ma non priva di rischi. Questa è l’ambientazione, ma il romanzo in realtà racconta soprattutto la storia d’amore tra il protagonista e un genio della matematica: una ragazza francese di famiglia strettamente cattolica, appena quindicenne nel giorno del loro primo incontro. Lui giovane laureato di estrazione borghese e lei già docente alla Sorbona. Storia d’amore che li condurrà all’altare non appena lei raggiungerà la maggiore età, e interrotta pochi anni dopo dal sopraggiungere improvviso dell’apocalisse.

“Ci fu un preciso momento (nessuno saprebbe dire quale) in cui quelli che avevano pensato di controllare il mondo decisero di mandarlo al diavolo”

Lei si ritroverà da sola negli Stati Uniti, e li darà il via a una sorta di utopia grazie alla quale la civiltà potrà continuare – forse – ad avere un futuro, mentre lui nel frattempo si trova intrappolato in una Milano in rovina, tra orrori e barlumi di speranza. Qui inizierà a scrivere i suoi quaderni, nei quali racconterà le vicende della sua famiglia (romanzo nel romanzo), della sua relazione con una ragazza anch’essa conosciuta da bambina, figlia di una sua ex amante, poi ritrovata adulta dopo l’apocalisse e con la quale concepirà un figlio: non l’unico…
Se vado avanti rischio di rivelare troppe cose, ma va detto che Le Cose Semplici non è un solo romanzo: sono tante storie, tante vite, tanti dialoghi sapientemente e magnificamente costruiti. Dialoghi che trattano di letteratura, religione, filosofia, politica. Dialoghi caratterizzati da una sottile ironia di fondo, a tratti spassosa.
Non è facile per me recensire questo libro: i temi trattati sono così tanti e così “importanti” che potrei non avere una preparazione culturale sufficiente per scriverne come si deve.
Ho letto qualche altra recensione de Le Cose Semplici. Qualcuno è arrivato a dire che è il romanzo italiano più importante del 2015. E siccome, nonostante l’autore non sia uno scrittore di genere, si tratta a tutti gli effetti di un romanzo di fantascienza distopica (ma anche, come già detto, utopica), mi sembra strano, molto strano, che nell’ambiente della SF nostrana non se ne sia parlato per nulla.
Dimenticavo: preso dall’entusiasmo mi sono scordato dei difetti, che pure ci sono. Uno su tutti il finale, carino ma non all’altezza del resto. E poi ho trovato eccessiva la brevità delle storie narrate nelle ultime cento pagine. Ma su questi due punti si può e si deve sorvolare.

Nicolò Ammaniti, Anna

Questo articolo è stato scritto originariamente il 28 ottobre 2015 e oggi – agosto 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Chiariamolo subito: questa è pura e semplice Fantascienza. Certo non fantascienza hard, di quella che chi è poco avvezzo alla materia di solito s’immagina caratterizzata dai soliti luoghi comuni: gli alieni, le astronavi spaziali, la matrice, i mutanti con i super poteri e le macchine che volano. Ma come volete chiamare – voi critici che sapete tutto – un romanzo dove un virus stermina l’umanità intera e risparmia i bambini? Dico questo perché sia l’Autore (comprensibilmente, poi spiego perché), sia tutti i recensori con la puzza sotto il naso hanno fatto di tutto per evitare di includere questo romanzo in quel genere narrativo che in Italia uccide sul nascere ogni speranza di successo commerciale: la Fantascienza, appunto. E mentre a uno scrittore che campa dalle vendite dei propri libri tale rimozione – più o meno inconscia – può essergli perdonata, non si capisce perché chi recensisce sui grandi quotidiani nazionali e in TV eviti di pronunciare la parola Fantascienza, quasi come una bestemmia in chiesa. Tipico atteggiamento marchettaro italiota, immagino. In aggiunta, si può dire che qui da noi la SF, a parte quella nobile anglosassone, non se la fila quasi nessuno, salvo qualche rara eccezione, spesso rappresentata dai soliti finti-intellettualoidi che citano Dick senza averlo mai letto.
Fine dell’introduzione polemica.
Ricominciamo daccapo: Anna è un romanzo di fantascienza apocalittica… molto bello: giudizio a bruciapelo che mi sento di spendere subito. La storia è ambientata in Sicilia, in un futuro prossimo socialmente e tecnologicamente indistinguibile dal nostro presente. Una variante del virus dell’influenza, che causa una malattia mortale chiamata la Febbre Rossa, ha apparentemente sterminato l’intera popolazione adulta del pianeta. Dico apparentemente perché i sopravvissuti, tutti giovani ragazzi e bambini, immuni al contagio fino alla pubertà, ignorano cosa ci sia dall’altra parte dello stretto. Ciò che è certo è che non viene più erogata l’energia elettrica e di conseguenza non funziona qualsiasi forma di comunicazione basata sulla tecnologia, il che rende impossibile capire cosa succede nel resto del pianeta. La protagonista, che presta il nome al titolo del romanzo, è Anna, adolescente in fase prepuberale dal carattere forte, intelligente e dotata di quel minimo di istruzione – lascito di una madre saggia e consapevole – che si rivelerà indispensabile per sopravvivere nel nuovo mondo. Insieme a suo fratello Astor e all’amico Pietro, i tre cercheranno di attraversare la Sicilia, evitando le comunità di violenti ragazzini adoratori della Picciridduna, sorta di divinità feticcio dai poteri miracolosi, e il branco di bambini cacciatori ancora più piccoli e dal linguaggio primitivo.
Anna di Nicolò AmmanitiNel lungo viaggio on the road attraverso l’isola sicula, Anna, coraggiosa e determinata come la quasi omonima Hanna cinematografica interpretata da Saorsie Ronan (alla quale Ammaniti pare essersi ispirato non poco), dovrà ricorrere a tutte le sue forze per sopravvivere in un mondo di macerie e violenza, difendere il fratello psicologicamente debole, e cercare di sbarcare in terra di Calabria, alla ricerca di qualche “adulto” o di quello che, rivelatole segretamente, potrebbe essere il bizzarro antidoto alla Febbre Rossa.

Il libro è lungo il giusto e si legge bene, e non viene mai voglia di interrompere la lettura. Un certo umorismo fa da sfondo alla vicenda, a tratti drammatica e mai volgare. Il finale è molto bello, da pelle d’oca. Infine, l’hanno detto tutti e lo dico anch’io, evidenti sono i riferimenti al Signore delle Mosche di Golding e a The Road di McCharty. Aggiungo una curiosità: a un certo punto c’è un passaggio nel romanzo che sembra copiato spudoratamente da una scena del film The Signs, di M. Night Shyamalan. Ma credo di averlo notato soltanto io…

Nicola Skert, Hitorizumo

Questo articolo è stato scritto originariamente il 7 febbraio 2015 e oggi – luglio 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Non nascondo che quando scrissi per la prima volta la mia recensione di Hitorizumo provai una certa difficoltà nel valutare l’opera. Primo: perché ebbi modo di scambiare su Facebook qualche parola con Nicola Skert, giovane scrittore alla sua seconda opera, e questa seppur risicatissima conoscenza rischiava di compromettere il mio giudizio (lo so, è una mia tara caratteriale…). Secondo: perché feci una gran fatica ad arrivare alla fine del romanzo, pur non riuscendo a staccarmene, per poi rendermi conto che i capitoli finali valevano da soli tutto il tempo necessario per arrivare fino all’ultima pagina. Terzo: perché ritenevo ottima l’idea alla base della storia, arricchita da una serie trovate davvero geniali. Purtroppo però (quarto) alcuni difetti si sono rivelati davvero difficili da digerire.
E quindi tanto vale parlare subito di questi difetti, che poi stringi stringi si concentrano su uno soltanto: i dialoghi. Troppo innaturali, artificiosamente brillanti, ricchi di battute spiritose che tuttavia troppo spesso non fanno ridere. Dialoghi che vorrebbero essere cinici o sarcastici, oppure arguti, ma senza riuscirci mai appieno. Talvolta sembrano estrapolati di netto dalla pubblicità, per quanto paiono forzati e finti.
Peccato, perché per il resto (a parte qualche refuso sfuggito qua e là in fase di editing) il romanzo è scritto davvero bene, e molte descrizioni vengono rese in maniera magistrale, anche se a volte capita che venga oltrepassata la soglia tra il racconto e lo spiegone, senza peraltro mai tracimare in logorroici infodump.
La storia: improvvisamente la Terra piomba nel buio. Un buio impenetrabile e apocalittico, per il quale apparentemente non esiste una spiegazione scientifica. Un’oscurità sinistramente preannunciata da misteriose ombre che furtivamente, senza mai rivelarsi del tutto, transitano ai margini del campo visivo dei protagonisti.
Nel giro di poche ore l’umanità si troverà a combattere contro il gelo polare dovuto al brusco calo termico. Il tutto viene reso in maniera scientificamente plausibile, ben documentata nell’appendice i coda al romanzo.
Il lettore stesso sentirà il gelo intaccargli le ossa, tanto è efficace la prosa di Skert nel descrivere le sensazioni provate dai protagonisti.
La totale assenza di luce e energia, gli incendi, i fumi tossici e le bande di gente comune in preda al panico o, peggio, a una incontrollabile follia omicida, accompagnano il giovane meteorologo Paolo e il suo amico Mirco nel più tenebroso dei viaggi on the road. Entrambi cercheranno di raggiungere Angela e Giulio, rispettivamente moglie e figlio di Paolo, asserragliati tra le mura domestiche insieme a Luca, un amico e vicino di casa reso psicologicamente instabile dall’improvvisa scomparsa della luce. Sarà un viaggio difficile, pericoloso e drammatico, dove non mancheranno momenti in puro stile horror e la tensione non accennerà mai a calare, se non nei dialoghi di cui sopra.
Può bastare così, di Hitorizumo non si deve raccontare altro: il rischio di rovinare la sorpresa del finale è alta, pertanto mi limito a dire che la trama non è soltanto quella da me sommariamente riportata. È altro, molto altro.
Un romanzo da leggere, e soprattutto da finire. Fidatevi.

PS: In appendice al romanzo vengono riportati alcuni studi scientifici che sviluppano l’ipotesi alla base del racconto, ossia l’improvviso spegnimento (o oscuramento) del sole. Purtroppo non si tratta di articoli divulgativi, e alla seconda equazione ho iniziato a perdere il filo. Peccato, perché l’argomento è interessante, ma per come viene trattato sembra rivolto a studiosi e accademici, non a semplici appassionati di scienza e fantascienza.

Paolo Zardi, XXI Secolo

Questo articolo è stato scritto originariamente il 29 settembre 2015 e oggi – giugno 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

L’estate scorsa, grazie a una banale ricerca su Google, casualmente mi sono imbattuto nella recensione pubblicata sul Fatto Quotidiano del romanzo XXI Secolo di Paolo Zardi, scrittore che non conoscevo, nonostante proprio con quest’opera sia stato candidato al Premio Strega (ammetto di non prestare particolare attenzione alle kermesse letterarie). A distanza di nove mesi dalla sua lettura, non posso fare a meno di rilevare che, salvo sporadiche eccezioni, anche questo libro, indubbiamente SF ma di provenienza mainstream, sia stato discretamente snobbato dagli utenti delle community web e social che hanno a che fare con il nostro genere letterario preferito.
Il romanzo di Zardi, come tanti altri recensiti in questa rubrica, è ambientato in un futuro non molto lontano dal nostro presente. Per via di alcune evoluzioni geopolitiche a mio avviso abbastanza improbabili, per lo meno nell’immediato (Brasile potenza imperialista e nucleare, Cina e Russia ai ferri corti e sull’orlo di una guerra, Stati Uniti ridimensionati a ruolo di comprimari nello scacchiere internazionale) mi piace considerare la storia come ambientata in un universo alternativo, a prescindere dalle quelle che solo le reali intenzioni dell’autore.
L’economia, manco a dirlo, è peggiorata a livelli apocalittici, tanto che improvvisi e pericolosi black out della durata di qualche giorno colpiscono a caso intere regioni, gettandole nottetempo in preda al caos e alla barbarie.
In questo paesaggio dipinto a tinte fosche, caratterizzato da periferie urbane decadenti, senso di pericolo costante, ritorno alla pena di morte e gatti che chissà perché diventano sempre più rari, si muove l’anonimo protagonista del racconto: un rampante venditore porta a porta di depuratori d’acqua, sposato con Eleonore – una bella donna di origine austriaca -, e padre di un bambino e di una ragazza poco più che adolescente.
A inizio racconto, con una tipica apertura in media res, veniamo a sapere che Eleonore è stata colpita da un ictus fulminante, a causa del quale cade in uno stato di coma profondo, apparentemente non definitivo. Il protagonista si trova pertanto costretto ad affrontare la personale sofferenza dovuta alla situazione drammatica nella quale si trova la moglie, che indubbiamente ama, oltre a tutte le problematiche connesse al dover portare avanti il lavoro e prendersi cura dei figli.
Tragedia nella tragedia, irrompono nella storia un mazzo di chiavi di provenienza sconosciuta e un cellulare nascosto nel cassetto della biancheria. Dentro la memory card del cellulare, reso inaccessibile dalla presenza di un codice pin, l’uomo trova una serie di foto pornografiche che ritraggono Eleonore in compagnia di uno sconosciuto.
Dalla tragedia al dramma, umano e sentimentale, il passo è breve, e da qui in poi il protagonista inizierà la sua ricerca di una verità nascosta, intraprendendo un viaggio in parte on the road e in parte interiore, dove sarà costretto ad affrontare situazioni estremamente pericolose che, unite a un costante e opprimente senso d’angoscia, ne metteranno a dura prova l’integrità fisica e la salute mentale.
Gran bel romanzo, scritto benissimo e con un finale commuovente. Benché, come detto all’inizio, il contesto geopolitico e lo scenario socioeconomico sembrano vacillare (forse sarebbe stato opportuno un maggiore approfondimento, che l’autore credo abbia scientemente evitato per limitare il ricorso all’infodump) ritengo XXI Secolo di Paolo Zardi una lettura imprescindibile per gli amanti del genere distopico.

Massimiliano Santarossa – Metropoli

Questo articolo è stato scritto originariamente l’27 maggio 2015 e oggi – maggio 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Sarò poco originale, ma anch’io non posso fare a meno di sostenere, come hanno fatto altri recensori, che questo romanzo deve molto, moltissimo ai classici distopici della prima metà del secolo scorso: ZamjatinHuxleyOrwell e, poco dopo il 1950, Bradbury. Non solo: durante la lettura ho colto evidenti richiami alla fantascienza sociologica degli anni 60/70, alla Herry Harrison per intenderci, con chiari riferimenti ad alcune tematiche affrontate nel romanzo Largo! Largo!, dal quale è stato tratto il film cult con Charlton Heston2022: I sopravvissuti“. Ipotizzo che Massimiliano Santarossa, l’ottimo autore di questo Metropoli, per la stesura del suo romanzo abbia attinto più o meno consapevolmente dal ricordo che conservava del film suddetto.
Vale la pena riassumere subito la storia. A seguito di un catastrofico e più volte citato collasso produttivo – una sorta di evoluzione iperbolica dell’attuale crisi economica – il mondo è piombato in un’irreversibile dissesto ambientale, economico e sociale. La temperatura media del pianeta è crollata, gli stati e le istituzioni sono collassati, la maggior parte delle specie viventi estinte. Sopravvivono nella miseria e nella barbarie pochi esseri umani, tormentati dal freddo e dalla fame.
L’unica speranza per chi prova a sopravvivere consiste nel tentare di raggiungere la città fortificata di Metropoli. Continue reading

Mauro Corona – La Fine del Mondo Storto

Questo articolo è stato scritto originariamente l’8 dicembre 2010 e oggi – maggio 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Con La Fine del Mondo Storto di Mauro Corona non abbiamo a che fare con un romanzo vero e proprio, e neanche con un saggio. Quella che ci racconta lo scrittore è invece una bella fiaba, priva del classico lieto fine. Il tema apocalittico (il solito tema apocalittico, verrebbe da dire, tanto caro agli scrittori mainstream), è stato sviluppato da Corona senza l’ausilio di rigorosi studi scientifici, analisi sociologiche o proiezioni storiografiche.

Semplicemente, Corona immagina che un giorno, d’improvviso, i combustibili fossili spariranno dalla faccia della Terra, con tutte le conseguenze nefaste del caso. Il tema era già stato trattato dal celebre scrittore/alpinista qualche anno prima, in forma di racconto, e pubblicato nelle pagine culturali de La Repubblica.
Corona auspica un ritorno dell’uomo alla natura, sennonché è proprio la natura, in questo caso quella umana, ad apparire inesorabilmente votata all’autodistruzione.

Il libro è privo di protagonisti veri e proprio, i dialoghi sono rari e non esiste un unico filo conduttore, un plot, che leghi le tante vicende narrate dall’autore. Semplicemente, si tratta della cronistoria di tutto quello che accadrà quando mancherà l’energia elettrica, si spegneranno le luci, e l’uomo non saprà più come fare per riscaldarsi e sfamarsi. I sopravvissuti dovranno pertanto imparare a procurarsi il cibo, piantare un orto, seminare i campi, accendere e mantenere vivo un fuoco. E dovranno farlo con la giusta umiltà, e con il rispetto dovuto a chi può trasmettere tutti questi insegnamenti. I furbi e gli approfittatori, manco a dirlo, non fanno una bella fine.

Ovviamente lo sguardo che Corona rivolge al futuro deriva dalla sua visione politica, il che è evidente nella descrizione di certi personaggi che paiono ispirati ad alcune figure istituzionali e imprenditoriali del nostro presente facilmente identificabili. Così come chiaro e inequivocabile è il giudizio che ne dà l’autore, che tuttavia non si limita a criticare tali figure, ma estende le sue valutazioni verso intere categorie sociali. Corona ne ha per tutti: giornalisti, ingegneri, padroni e tecnocrati, e nel farci capire quale considerazione abbia di questi individui è decisamente schietto, come ci si aspetta da lui. Soltanto contadini e montanari paiono a loro agio nel nuovo mondo post apocalittico, e Corona li mette in un piedistallo, facendone i nuovi padroni del mondo, quelli ai quali rivolgersi (con rispetto, e senza dargli troppo fastidio) per imparare a sopravvivere.

Lettura leggera, a tratti divertente, spesso comica, saltuariamente ripetitiva. Gradevole lo stile di scrittura, anche se a volte l’autore indugia un po’ troppo in elenchi e sinonimi.

Vale la pena affrontare la lettura di questo libro, consci del fatto che non si è di fronte a un capolavoro, aggettivo spesso utilizzato per definire altre opere di Corona. Un buon libro, insomma, niente di più e niente di meno.

Alessandro Bertante – Nina dei Lupi

Questo articolo è stato scritto originariamente il 16 aprile 2011 e oggi – aprile 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Viene facile accostare Nina dei Lupi di Alessandro Bertante a L’Uomo Verticale di Davide Longo. È stato d’altra parte lo stesso Bertante a omaggiare e allo stesso tempo prendere le distanze dal romanzo di Longo: “Ci sono delle assonanze con La Strada di McCarthy e il recente ‘L’uomo verticale’ di Davide Longo, ma il mio percorso è diverso, non è ‘classico’. Mi sono ispirato ad alcuni testi di antropologia culturale e alla mitologia dell’arco alpino, che ha un’origine addirittura neolitica*”. Un semplice lettore come me, invece, non può fare a meno di notare che i due romanzi, benché diversi, sembrano costruiti lungo la stessa linea temporale. Volendola sparare grossa si può dire che Nina dei Lupi può essere letto come il seguito de L’Uomo Verticale.
Il romanzo di Longo è ambientato nel bel mezzo della prima ondata di barbarie scatenatasi a seguito di sconvolgimento sociale che ha annichilito istituzioni e forze dell’ordine. Le vicende narrate da Bertante invece sembrano svolgersi qualche anno dopo ed hanno per protagonisti alcuni abitanti di un villaggio di montagna isolato dal resto del mondo. Un mondo ormai in rovina abitato da piccole comunità che, scendendo a compromessi con la loro natura pacifica, sono costrette a impugnare le armi e difendersi dalle bande di violenti.
Se quello di Longo è in prevalentemente un romanzo “on the road”, Bertante concentra l’azione in mezzo alla natura, tra le montane, con le sue leggende e i suoi riti ancestrali, gli stessi ai quali l’autore stesso fa riferimento nella citazione dell’intervista sopra riportata.
Altra differenza consiste nella natura stessa dei protagonisti: quello principale de “L’Uomo Verticale” è in fin dei conti una persona mite, un intellettuale decaduto con un passato di successo, che durante lo svolgersi degli eventi dovrà imparare a sopravvivere e a proteggere le persone a lui care, abdicando alla propria natura pacifica e passiva. I personaggi di Bertante, dalla psicologia ben delineata, hanno invece qualcosa di eroico e mitologico. Addirittura epico, tanto che, come ha fatto notare lo scrittore Giovanni Cocco nella sua recensione pubblicata su Carmillaonline.com, il romanzo riecheggia alcune atmosfere tipiche dei racconti fantasy**.
Riassumo in breve la breve la trama: a seguito di un cataclisma non meglio precisato che ha fatto mutare il colore del cielo e che ha sprofondato il pianeta (o quantomeno l’Italia) nell’anarchia e nella barbarie, alcuni abitanti del villaggio di Piedimulo vivono in perfetto isolamento, dopo aver distrutto l’unico passaggio agibile tra le montagne: soluzione estrema che non sarà sufficiente a fermare una banda di predoni incline alla violenza e al sadismo, composta da persone un tempo normali e appartenenti a un’umanità eterogenea, che col precipitare degli eventi hanno dato libero sfogo ai loro peggiori istinti. Il gruppo prenderà possesso del paese decimandone brutalmente la popolazione e schiavizzando i sopravvissuti. Tra questi una bambina in procinto di diventare donna, già scampata ai disordini scoppiati in città, che riuscirà a fuggire nel bosco fino a rifugiarsi presso una sorta di eremita con passato cittadino. Un solitario che vive di caccia e provviste nella sua baita in mezzo al bosco. Insieme a loro vivono i lupi, i veri padroni della montagna.
Benché nel complesso abbia preferito L’Uomo Verticale, anche Nina dei Lupi è un gran bel romanzo, finalista del premio Strega e dal buon riscontro di critica e pubblico.
Il romanzo è caratterizzato da un buon ritmo, è abbastanza breve e si legge tutto d’un fiato. Se proprio gli si vuole trovare qualche difetto, posso dire che a tratti Bertante indugia troppo su una narrazione di stile fiabesco, anche in quei passaggi che, per contro, meriterebbero una prosa maggiormente realista. Penso ad esempio al racconto dello scoppio delle violenze che fanno da preludio al crollo della civiltà. Altre parti invece, finale compreso, vengono liquidate troppo velocemente, senza l’approfondimento che avrebbero meritato. Ma sarebbe davvero il voler trovare il capello nell’uovo.

* Intervista pubblicata su affaritaliani.it, 2 marzo 2011, a cura di Antonio Prudenzano
** Recensione pubblicata su carmillaonline.com, 11 marzo 2011, a cura di Giovanni Cocco

Davide Longo – L’Uomo Verticale

Questo articolo è stato scritto originariamente il 21 maggio 2010 e oggi – aprile 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

Ho letto L’Uomo Verticale nel maggio del 2010. All’epoca ancora non conoscevo l’opera di Davide Longo, bravo e giovane scrittore che aveva già ottenuto un discreto successo col romanzo storico Un Mattino a Irgalem e con il giallo “bucolico” Il Mangiatore di Pietre.
La scoperta de L’uomo Verticale la devo invece a una tempestiva recensione pubblicata da Giuseppe Genna nel suo Blog.
A costo di sembrare banale, non posso esimermi anch’io dal far notare, come hanno fatto tutti i recensori di quest’opera, che il romanzo di Longo somiglia a una sorta di prequel italico di The Road, il celebre capolavoro apocalittico scritto da Cormac McCarthy. Anche ne L’Uomo Verticale il protagonista è un padre che cerca di proteggere i figli dalle insidie di un mondo post apocalittico in preda alla barbarie. Come in The Road non si forniscono informazioni precise su quale catastrofe o quale sconvolgimento politico, economico o sociale abbia fatto precipitare gli eventi, chi o che cosa abbiano condotto l’Italia a diventare una terra in preda alla violenza, alla disperazione e al degrado. Qualcosa tuttavia s’intuisce: ad esempio sono chiari i riferimenti – una vera e propria profezia, considerato l’anno di pubblicazione – a un qualche evento catastrofico accaduto tra le repubbliche caucasiche, evento che ha determinato un’incontrollata migrazione via terra delle popolazioni originarie di quei luoghi. Nel romanzo sono chiamati Gli Esterni, denominazione che ricorda il retorico e politicamente corretto Migranti, termine da pochi anni utilizzato al posto dell’evidentemente pericoloso Profughi. Insieme a questo tragico evento, assistiamo all’evolversi di una crisi economica che affonda le proprie radici nei giorni nostri e che sfocia in un totale tracollo della società occidentale: Internet e le comunicazioni telefoniche smettono di funzionare, mentre tv e radio prima riducono i programmi per poi interrompere del tutto le trasmissioni. È sospesa l’erogazione di energia elettrica e interrotta la distribuzione dei carburanti. Bancomat e sportelli bancari non erogano più denaro contante. Le forze di polizia e l’esercito confluiscono in un unico corpo denominato Guardia Nazionale, chiamato a presidiare l’ordine pubblico e i confini territoriali.
Il padre e protagonista della storia è uno scrittore di successo e docente universitario, una persona mite la cui esistenza è stata macchiata da uno scandalo sessuale che ha distrutto la sua famiglia e rovinato la carriera. Dopo alcuni anni passati in solitudine nel suo piccolo paese d’origine, Leonardo, antieroe per antonomasia, si troverà ad affrontare situazioni terribili. Ritroverà la figlia dalla quale si era allontanato anni prima e dovrà cercare di proteggere lei e il suo ambiguo fratellastro preadolescente dalle insidie di un lungo viaggio on the road. Accompagnati da un orfano scampato al massacro della propria famiglia, da un ragazzo autistico dotato di particolari sensibilità, e insieme a un piccolo cane meticcio e all’elefante ritratto nella bella copertina del libro, saranno costretti ad affrontare e subire situazioni di violenza estrema, in un’escalation continua che accompagnerà il lettore verso un finale poetico e commuovente. Mi vengono le lacrime agli occhi solo a pensarci.
La tecnica di scrittura usata da Longo è semplice, asciutta, a tratti pittorica. Frasi brevi e metafore sottili con descrizioni precise della natura e dei paesaggi, che riprendono termini ormai in disuso nel parlato comune.
Se La Strada di McCarthy è un capolavoro, e lo è, L’Uomo Verticale di Davide Longo è un piccolo/grande gioiello della narrativa italiana contemporanea. Se ne sono accorti anche all’estero, dove è stato tradotto un po’ in tutte le lingue, e le recensioni che si possono leggere su goodreads.com sono per lo più entusiastiche. In Italia il successo mi sembra sia stato buono, anche se gli ambienti social prettamente fantascientifici sembrano averlo snobbato.
Concludo dicendo che per quanto mi riguarda, si tratta del romanzo scritto nella prima decade del ventunesimo secolo al quale sono più affezionato, e il suo ricordo ancora mi trasmette piacevoli emozioni. Aggiungo che la storia si presta bene a un adattamento cinematografico. Ci spero, ma ci credo poco.

Tommaso Pincio – Cinacittà

Questo articolo è stato scritto il 4 settembre 2009 e oggi – marzo 2016 – ripreso, rivisto e ampliato per la rivista online Adromeda.

La storia è ambientata nella Roma di un futuro non troppo lontano dal nostro presente, riarsa da un sole infuocato, in preda a una spietata crisi economica e invasa da immigrati cinesi, nuovi padroni della città e unico popolo che è riuscito ad adattarsi ai catastrofici sconvolgimenti economici e sociali.
Il protagonista è un disoccupato quarantenne che vive centellinando un piccolo patrimonio messo da parte con la liquidazione. Vinto dall’accidia, passa le notti in un locale di spogliarelliste asiatiche, bevendo un numero fisso di birre e lasciando che il tempo gli scorra davanti. Fino a quando un incontro con un affascinante cinese, personaggio oscuro dai modi occidentali, interrompe quella che il protagonista vive come una piacevole routine, e ce lo racconta lui stesso, in prima persona, mentre sconta in carcere una condanna a trent’anni per omicidio.
Quando scrissi la recensione di Cinancittà di Tommaso Pincio, nel settembre del 2009, fui colto da una sorta di “blocco del recensore”. Arrivato all’ultima pagina, mi trovai nella sgradevole situazione di non riuscire a capire se avevo avuto a che fare con una buona lettura o con qualcosa di facilmente dimenticabile.
Ricordo tra l’altro che impiegai un po’ di tempo prima di decidermi se acquistare questo libro. Dopo aver letto la sinossi, infatti, la storia mi sembrava poco interessante: generalmente non amo le vicende che hanno a che fare con omicidi passionali (motivo per il quale il protagonista si trova rinchiuso a Regina Coeli), e se vogliamo dirla tutta, il titolo alle mie orecchie suonava cacofonico.
L’unico motivo per cui mi decisi a leggere quello che era allora l’ultimo romanzo di Tommaso Pincio, era che, appunto, l’aveva scritto Tommaso Pincio, autore che avevo apprezzato con La ragazza che non era lei, e che ho amato dopo aver letto quello che considero uno dei migliori libri in lingua italiana pubblicati nel ventunesimo secolo: il bellissimo Un amore dell’altro mondo.
Ciò che più mi piace di Tommaso Pincio è il suo stile di scrittura: semplice, lineare, per nulla auto celebrativo, amaramente ironico. Sembra di leggere Kurt Vonneghut, più che Thomas Pynchon (lo so: Pincio ha già detto che il cognome che s’è dato ha a più che fare col colle romano, che col celebre scrittore postmoderno, ma non me la sento di credergli sulla parola).
Nel corso della lettura è facile intuire che molte delle vicende raccontate nel libro hanno un’origine autobiografica. Estrapolata dal contesto distopico, la monotona quotidianità del protagonista pare simile a quella di molti ex giovani italiani: intellettualmente dotati ma privi di stimoli. Sognatori ai margini di una società dove altre qualità rendono una persona interessante: l’aspetto fisico, la ricchezza, il carisma, la popolarità.
Tommaso Pincio è riuscito a emergere, a venirne fuori, perché lui è un vero artista. Ma quanti sono, quanti siamo, quelli rassegnati, quelli che non ce l’hanno fatta?